Come cambia il suono in base al materiale del flauto traverso

Falaux

Insegnante
Staff Forum
8 Luglio 2019
81
5
Discussione iniziata come continuazione in tono più tecnico (riguardante la costruzione del flauto) del seguente thread:

 
Bouriakov suona un Altus di argento .997 con sol# aperto. La lega quindi è di argento quasi puro. E' stato possibile ottenere questa lega, con una durezza utile alla costruzione del flauto, solo recentemente con il progresso tecnico. Questo flauto, seppure d'argento, è piuttosto pesante, perciò, similmente all'oro, oppone maggior resistenza. Il suono risulta più scuro e permette una vasta gamma di colori. Non è facilissimo da suonare e quando ebbi l'opportunità di provarlo, ho preferito l'Altus AL .946 (che ancora suono). Su l'AL ho poi montato la testata .997. Attualmente, qualcuno storcerà il naso, gli ho abbinato una testata Di Zhao.

Leggendo il post di Nicola sul suo Altus, mi è venuta in mente una cosa che mi piace condividere, perché tocca un punto che a livello di flautisti discutiamo sempre ma che a livello di fisici è piuttosto chiaro.
Nicola descrive il .997 come “più pesante, similmente all’oro, oppone maggior resistenza, suono più scuro e vasta gamma di colori”. Non metto in dubbio la sua esperienza, quando uno prova uno strumento e lo preferisce, è così. Ma mi chiedo quanto di quella differenza che percepiamo sia davvero nella lega e quanto sia invece nella costruzione che il costruttore applica a quella lega. Perché i numeri, a guardarli, dicono una cosa un po’ sorprendente.
Prendiamo le densità. Argento sterling 925: circa 10,36 g/cm³. Argento quasi puro 997: circa 10,48 g/cm³. La differenza è attorno all’1,2%. Per dare un termine di paragone, l’oro 14K sta sui 13-14 g/cm³ e l’oro 18K sui 15-16: lì il salto di massa è del 30-50%, e si sente (anche come bilanciamento in mano). Tra due argenti a diversa purezza, la differenza di densità è minuscola, e ci vuole molta fiducia per attribuirle un suono “più scuro e più colorato”. Più onesto, secondo me, dire che quello che percepiamo è la combinazione di spessore della parete, rifinitura interna, geometria dei fori e taglio della testata, tutte cose che Altus (come ogni costruttore serio) calibra diversamente a seconda della lega che sta lavorando.
E qui viene il bello, perché c’è un esperimento che a me piace sempre ricordare in queste discussioni. Nel 1971 un fisico che era anche flautista, John W. Coltman, pubblicò sul Journal of the Acoustical Society of America uno studio in cui aveva costruito tre corpi di flauto identici per geometria interna ma di materiale diverso, argento, rame e legno, e li aveva fatti suonare alla cieca a flautisti esperti. Risultato: nessuno è riuscito a distinguere i materiali dal suono con un tasso di successo superiore al puro caso. La conclusione di Coltman era che, a parità di geometria, è la forma del tubo e il taglio della testata a determinare il suono, non il materiale. Se nemmeno argento contro rame contro legno produceva differenze statisticamente rilevabili, figuriamoci due leghe d’argento che differiscono per l’1% di densità.
La cosa buffa è che a livello storico il vero salto c’è stato, ma non dove lo cercheremmo oggi. Quando Theobald Boehm introdusse il flauto d’argento, non usava il 925 sterling: nel suo trattato scrive esplicitamente che i suoi flauti erano in lega 9/10, cioè argento 900 (il cosiddetto coin silver). Lo sterling 925 è diventato lo standard dopo, ed è lì che c’è stato il salto vero: da leghe bianche a base nickel (che non contengono argento, sono ottone bianco) e da argenti bassi tipo 800, fino al 925 sterling. Quello è un passaggio che cambia davvero la densità, la rigidità, la lavorabilità e probabilmente il suono. Ma da 925 a 946, e da 946 a 997, stiamo parlando di incrementi di argento puro del 2% e del 5%: nella stessa fascia di differenze che Coltman non è riuscito a rilevare.
Mi viene da chiedere una cosa a Nicola, per curiosità: quando ha provato l’Altus .997 e lo ha paragonato al .946, i due flauti avevano lo stesso spessore di parete e la stessa testata? Perché se Altus lavora il .997 con una parete più spessa (cosa che fa, tra l’altro, perché l’argento quasi puro è più morbido e va rinforzato), allora la differenza che si sente — il suono più scuro, la maggiore “resistenza” — è quasi certamente della parete più spessa, non della lega più pura. Ed è una differenza vera, reale, percepibile: ma è di costruzione, non di chimica.
Non voglio togliere a nessuno il piacere di preferire un 997 a un 925. Solo dico che, se dovessimo spiegare perché suonano diverso, la chimica dell’argento è l’ultima voce della lista. La fisica, la storia e un esperimento in doppio cieco del 1971 sono piuttosto d’accordo su questo.
 
Ciao a tutti provo a rispondere in maniera stringata, così da non andare troppo fuori tema e soddisfare la giusta osservazione di Falaux.
Non credo di aver già segnalato l'interessantissima lezione magistrale di Bettina Hoffmann che ci fa capire a livello storico quanto sia complesso il tema del vibrato e come la tecnica strumentale e il modo di eseguire sia cambiato nel tempo seguendo i gusti delle diverse epoche.
Per quanto riguarda l'organologia del flauto, il suono sul nostro strumento è dato dalla particolare successione di zone di condensazione e zone di rarefazione che si vengono a creare all'interno del tubo. La vibrazione dello strumento è minima e quindi il suono non è data dalla vibrazione del materiale, come potrebbe avvenire in una cassa di un violino. Tra l'altro il flauto non ha sistemi di amplificazione del suono (cassa armonica), né una campana significativa che possa dare maggiore risonanza.
Quindi ciò che dice Whitecat è vero. Esistono esperimenti scientifici che dimostrano l'ininfluenza del materiale sul suono e anche dimostrazioni di flautisti (si pensi a Galway che suona su 16 strumenti diversi con un suono essenzialmente identico).
Tuttavia, inspiegabilmente i flautisti notano differenze fra flauti e materiali diversi. Sicuramente elemento predominante è la costruzione.
Finisco riferendo che l'Altus AL ha un tubo saldato, di diametro più stretto, perché il costruttore ha cercato di riprodurre il suono dei vecchi Lot, applicando le antiche tecniche di costruzione e abbinandole ad una lega che ha ritenuto più adatta allo scopo.
 
Ultima modifica:
Per WhiteCat
Tenuto valido quanto fin qui detto (ossia che il materiale dovrebbe avere poca rilevanza sul suono), ascolta in successione questi video fatti proprio per saggiare i materiali.
Qui la stessa flautista usa lo stesso flauto, suonando nello stesso luogo (con lo stesso sistema di registrazione) gli stessi estratti musicali e montando testate di uno stesso costruttore, ma in oro, in argento e in titanio.
La differenza sonora è minima eppure io la sento. E' strano ma i principi scientifici sembrano non essere assoluti.
Scusa Falaux ma non ho resistito.
Ho trovato anche un video australiano in cui viene spiegato che la variante predominante nella costruzione del suono sta nel flautista (concordo pienamente), ma anche altro che conferma l'affermazione di WhiteCat sulla rilevanza del procedimento costruttivo. Lo posterò solo se lo chiedete e acconsentite che sia immesso in questa discussione.
Ciao.
 
Ho trovato anche un video australiano in cui viene spiegato che la variante predominante nella costruzione del suono sta nel flautista (concordo pienamente), ma anche altro che conferma l'affermazione di WhiteCat sulla rilevanza del procedimento costruttivo. Lo posterò solo se lo chiedete e acconsentite che sia immesso in questa discussione.
Ciao.
posta pure! Poi al limite vedrò di tagliare e riorganizzare il thread in più discussioni.
Comunque, come diceva anche il mio insegnante, per capire come suona un flauto, bisogna stare davvero vicino con l'orecchio ad un metro.
Capisco che queste registrazioni sono professionali, però si sente anche che sono modificate in post-produzione. C'è riverbero. Quindi non valide per dare un giudizio.
La mia idea è che l'oro è sempre e comunque superiore all'argento. E l'argento è sempre superiore all'alpacca.
più densità, più rotondità, più facilità degli attacchi, più flessibilità.
Forse il flautista può anche riuscire ad ottenere dall'argento lo stesso suono che otterebbe dall'oro, ma con molta più fatica.
Io devo impostare le labbra di più. Con l'argento sento anche più soffio se non ci sto attento. Con l'oro invece vado molto più tranquillo.
Paradossalmente però il principiante potrebbe avere più facilità con l'alpacca. Più facile, più leggero. Ma anche un suono più vuoto per il professionista che potrebbe ricavare di più da un materiale più "pesante".
Molti abbinano argento ed oro assieme. Addirittura Claudio Montafia ha suonato per molto tempo un flauto in oro con testata in argento. Credo però sia un caso più unico che raro, visto che ho sempre visto al massimo testate in oro su flauti in argento.
 
Ciao Falaux, è esatto ciò che affermi circa le registrazioni. Nessuna registrazione può essere fedele al 100%, né può farti sentire tutte le armoniche che uno strumento acustico produce e che si esaltano in un particolare ambiente. Tra l'altro è per questo motivo che si consiglia l'ascolto della musica dal vivo. Tuttavia per la nostra disamina dobbiamo pur partire dagli strumenti che possiamo avere a disposizione, seppure non dirimenti.
Per quanto riguarda il video che chiedi di pubblicare, lo pongo sotto (metti la traduzione automatica). Si analizza il fatto che non si ode una gran differenza fra il suono di fluati diversi (ad esempio economici e di buona fattura) e nel far questo si mettono a confronto le variabili che più determinano la formazione del suono.
 
Grazie @Nicola per il video, lo trovo molto ben fatto e concordo con la graduatoria che propone. Il costruttore mette il flautista al primo posto, poi la geometria del tubo e del foro d’imboccatura. È coerente con quello che dicevo tempo fa nel thread sull’argento e l’alpacca, quando citavo Boehm sulla relazione tra massa del materiale e energia necessaria per far vibrare il tubo.
Però il video parla di suono, di quello che arriva all’ascoltatore. E lì sono d’accordo, la differenza è minima se il flautista è bravo.
Quando il flautista sa che suono voler far uscire e sa come ottenerlo, a prescindere dal flauto utilizzato, allora l'ascoltatore, soprattutto se posto a 10 metri ed oltre arriva lo stesso identico suono.
Ma per chi suona la differenza c’è, ed è evidente. E su questo sono d'accordo con @Falaux Una testata d’oro oppone una resistenza diversa, ti restituisce il soffio in modo diverso, ti fa lavorare con un diverso margine di errore. Il materiale cambia il modo in cui lo strumento risponde a chi lo suona.
È vero che un grande flautista può far suonare un’alpacca come un oro. Galway lo ha dimostrato suonando su strumenti di tutti i materiali con un suono riconoscibilmente suo. Ma il punto è quanto gli costa. Per ottenere lo stesso colore e la stessa morbidezza dell’attacco su un’alpacca, devi compensare con l’imboccatura, con il supporto, con un controllo che ti consuma energia. E compensare richiede una flessibilità di impostazione che non è comune. Serve la capacità di modificare l’angolo del soffio, l’apertura delle labbra, la velocità dell’aria, adattandoli a ciò che lo strumento ti restituisce. Non tutti hanno il tempo o l’orecchio per costruirsi quella flessibilità.
In definitiva il foro d’imboccatura e la geometria contano più del materiale, ma per l’esecutore il materiale conta, perché determina quanto deve faticare per ottenere il suono che ha in mente. E la fatica, alla lunga, diventa qualità.

In questo thread ci sono considerazioni altrettanto importanti sul materiale:
È fisica. Oggettivamente anche il materiale fa la differenza.
 
Grazie @Nicola per il video, lo trovo molto ben fatto e concordo con la graduatoria che propone. Il costruttore mette il flautista al primo posto, poi la geometria del tubo e del foro d’imboccatura. È coerente con quello che dicevo tempo fa nel thread sull’argento e l’alpacca, quando citavo Boehm sulla relazione tra massa del materiale e energia necessaria per far vibrare il tubo.
Però il video parla di suono, di quello che arriva all’ascoltatore. E lì sono d’accordo, la differenza è minima se il flautista è bravo.
Quando il flautista sa che suono voler far uscire e sa come ottenerlo, a prescindere dal flauto utilizzato, allora l'ascoltatore, soprattutto se posto a 10 metri ed oltre arriva lo stesso identico suono.
Ma per chi suona la differenza c’è, ed è evidente. E su questo sono d'accordo con @Falaux Una testata d’oro oppone una resistenza diversa, ti restituisce il soffio in modo diverso, ti fa lavorare con un diverso margine di errore. Il materiale cambia il modo in cui lo strumento risponde a chi lo suona.
È vero che un grande flautista può far suonare un’alpacca come un oro. Galway lo ha dimostrato suonando su strumenti di tutti i materiali con un suono riconoscibilmente suo. Ma il punto è quanto gli costa. Per ottenere lo stesso colore e la stessa morbidezza dell’attacco su un’alpacca, devi compensare con l’imboccatura, con il supporto, con un controllo che ti consuma energia. E compensare richiede una flessibilità di impostazione che non è comune. Serve la capacità di modificare l’angolo del soffio, l’apertura delle labbra, la velocità dell’aria, adattandoli a ciò che lo strumento ti restituisce. Non tutti hanno il tempo o l’orecchio per costruirsi quella flessibilità.
In definitiva il foro d’imboccatura e la geometria contano più del materiale, ma per l’esecutore il materiale conta, perché determina quanto deve faticare per ottenere il suono che ha in mente. E la fatica, alla lunga, diventa qualità.

In questo thread ci sono considerazioni altrettanto importanti sul materiale:
È fisica. Oggettivamente anche il materiale fa la differenza.
Ciao Rampal, concordo su tutto ciò che scrivi, tranne sul fatto che "non tutti hanno il tempo o l'orecchio per costruirsi quella flessibilità" nel senso che dovrebbe essere essenziale per ogni flautista fare questo lavoro (ti rimando al mio "Il problema del suono. Riflessioni per lo studio consapevole del flauto traverso", anche se le descrizioni potrebbero risultare grossolane). Come insegnanti e flautisti più esperti abbiamo la responsabilità di far capire ai neofiti che è necessario studiare in un certo modo senza sottrarsi alla "fatica". L'orecchio si forma con l'esperienza e con la guida attenta.
Per quanto riguarda il thread di N, mi sembra di capire che ha difficoltà ad emettere le note basse su un flauto d'alpacca rispetto a un flauto d'argento. In genere è vero il contrario ossia che è più difficile suonare su un flauto di argento massiccio rispetto a un flauto d'alpacca. La difficoltà di N potrebbe scaturire da una testata meno raffinata montata su un flauto economico e più probabilmente, dal fatto che non utilizza (come hai descritto bene) direzione, quantità e velocità dell'aria corrette per le note basse (naturalmente dette variabili dipendono da respirazione e imboccatura). In alcuni casi le note basse non escono per problemi di diteggiatura, cioè perché non si chiudono bene alcuni fori.
 
Ciao Rampal, concordo su tutto ciò che scrivi, tranne sul fatto che "non tutti hanno il tempo o l'orecchio per costruirsi quella flessibilità" nel senso che dovrebbe essere essenziale per ogni flautista fare questo lavoro (ti rimando al mio "Il problema del suono. Riflessioni per lo studio consapevole del flauto traverso", anche se le descrizioni potrebbero risultare grossolane). Come insegnanti e flautisti più esperti abbiamo la responsabilità di far capire ai neofiti che è necessario studiare in un certo modo senza sottrarsi alla "fatica". L'orecchio si forma con l'esperienza e con la guida attenta.
Per quanto riguarda il thread di N, mi sembra di capire che ha difficoltà ad emettere le note basse su un flauto d'alpacca rispetto a un flauto d'argento. In genere è vero il contrario ossia che è più difficile suonare su un flauto di argento massiccio rispetto a un flauto d'alpacca. La difficoltà di N potrebbe scaturire da una testata meno raffinata montata su un flauto economico e più probabilmente, dal fatto che non utilizza (come hai descritto bene) direzione, quantità e velocità dell'aria corrette per le note basse (naturalmente dette variabili dipendono da respirazione e imboccatura). In alcuni casi le note basse non escono per problemi di diteggiatura, cioè perché non si chiudono bene alcuni fori.
hai ragione sulla flessibilità e mi spiego meglio.
Non intendevo la flessibilità di base, quella che tutti dovremmo costruire con il lavoro quotidiano su direzione, quantità e velocità dell’aria. Su quello concordo pienamente, ed è dovere degli insegnanti pretendere che gli allievi se la costruiscano senza scorciatoie.
Intendevo la flessibilità che serve per far suonare un’alpacca come un oro durante un concerto, per un’ora e mezza, mantenendo lo stesso colore e la stessa morbidezza. Quella è un’altra cosa. È la flessibilità di Galway, di Pahud. Non è la norma neanche tra i professionisti, non perché manchi la volontà di studiare, ma perché richiede doti non comuni.
Sul materiale, dico che ho sempre avvertito in modo inequivocabile che una testata in oro, a parità di costruzione, suona meglio di una in argento, e una in argento meglio di una in alpacca. Il materiale non è trascurabile. Flauto-Man nel thread sull’argento e l’alpacca aveva provato a spiegarlo dicendo che l’argento più denso riflette più energia acustica all’interno della colonna d’aria, mentre l’alpacca meno densa ne assorbirebbe una parte facendo vibrare il metallo. Da qui il suono più pieno dell’argento e quello più disperso dell’alpacca.
Se la spiegazione di @Flauto-Man è giusta, e l’argento riflette meglio l’energia mantenendola nella colonna d’aria, allora le note basse dovrebbero essere più facili sull’argento, non più difficili. Le note gravi sono proprio quelle che hanno meno energia propria, e sono quelle che beneficiano di più di una parete che restituisce energia invece di assorbirla. E infatti @NewSound, nel thread che hai linkato, diceva proprio questo: più fatica sulle note basse con l’alpacca. La sua esperienza è coerente con la tesi di Flauto-Man.
Se invece è più difficile suonare su un argento massiccio che su un’alpacca allora la spiegazione non può essere l’assorbimento dell’onda sonora. Deve essere un altro fattore. La fatica spesso non è colpa del materiale ma della meccanica e della qualità costruttiva. Allora in quel caso sono concorde con te. Ci sono problemi di altra natura.
A volte i problemi che si incontrano con l'alpacca non sono colpa dell’alpacca in sé, ma il fatto che il flauto, essendo un modello economico, ha una testata meno raffinata e tamponi che magari non chiudono perfettamente.
Il punto, è che quando passi dall’alpacca all’argento cambi tutto insieme. Spesso cambia anche modello di flauto e costruttore. Cambi il materiale, lo spessore della parete, la qualità della testata, la precisione dei tamponi. Attribuire tutto al materiale è naturale, perché è la variabile più visibile.
Quindi la mia posizione resta questa: il materiale conta, per chi suona lo sente, e non è un’illusione.
Forse la spiegazione giusta non è solo l’assorbimento dell’onda sonora, ma una combinazione di densità, spessore della parete, conduttività termica, e del modo in cui tutto questo si traduce nella sensazione che hai sotto le labbra. Il punto è che il flautista non sente solo con le orecchie, sente con la pelle, con le ossa, con la resistenza che il metallo oppone al soffio. E lì l’oro, l’argento e l’alpacca sono tre mondi diversi.
 
hai ragione sulla flessibilità e mi spiego meglio.
Non intendevo la flessibilità di base, quella che tutti dovremmo costruire con il lavoro quotidiano su direzione, quantità e velocità dell’aria. Su quello concordo pienamente, ed è dovere degli insegnanti pretendere che gli allievi se la costruiscano senza scorciatoie.
Intendevo la flessibilità che serve per far suonare un’alpacca come un oro durante un concerto, per un’ora e mezza, mantenendo lo stesso colore e la stessa morbidezza. Quella è un’altra cosa. È la flessibilità di Galway, di Pahud. Non è la norma neanche tra i professionisti, non perché manchi la volontà di studiare, ma perché richiede doti non comuni.
Sul materiale, dico che ho sempre avvertito in modo inequivocabile che una testata in oro, a parità di costruzione, suona meglio di una in argento, e una in argento meglio di una in alpacca. Il materiale non è trascurabile. Flauto-Man nel thread sull’argento e l’alpacca aveva provato a spiegarlo dicendo che l’argento più denso riflette più energia acustica all’interno della colonna d’aria, mentre l’alpacca meno densa ne assorbirebbe una parte facendo vibrare il metallo. Da qui il suono più pieno dell’argento e quello più disperso dell’alpacca.
Se la spiegazione di @Flauto-Man è giusta, e l’argento riflette meglio l’energia mantenendola nella colonna d’aria, allora le note basse dovrebbero essere più facili sull’argento, non più difficili. Le note gravi sono proprio quelle che hanno meno energia propria, e sono quelle che beneficiano di più di una parete che restituisce energia invece di assorbirla. E infatti @NewSound, nel thread che hai linkato, diceva proprio questo: più fatica sulle note basse con l’alpacca. La sua esperienza è coerente con la tesi di Flauto-Man.
Se invece è più difficile suonare su un argento massiccio che su un’alpacca allora la spiegazione non può essere l’assorbimento dell’onda sonora. Deve essere un altro fattore. La fatica spesso non è colpa del materiale ma della meccanica e della qualità costruttiva. Allora in quel caso sono concorde con te. Ci sono problemi di altra natura.
A volte i problemi che si incontrano con l'alpacca non sono colpa dell’alpacca in sé, ma il fatto che il flauto, essendo un modello economico, ha una testata meno raffinata e tamponi che magari non chiudono perfettamente.
Il punto, è che quando passi dall’alpacca all’argento cambi tutto insieme. Spesso cambia anche modello di flauto e costruttore. Cambi il materiale, lo spessore della parete, la qualità della testata, la precisione dei tamponi. Attribuire tutto al materiale è naturale, perché è la variabile più visibile.
Quindi la mia posizione resta questa: il materiale conta, per chi suona lo sente, e non è un’illusione.
Forse la spiegazione giusta non è solo l’assorbimento dell’onda sonora, ma una combinazione di densità, spessore della parete, conduttività termica, e del modo in cui tutto questo si traduce nella sensazione che hai sotto le labbra. Il punto è che il flautista non sente solo con le orecchie, sente con la pelle, con le ossa, con la resistenza che il metallo oppone al soffio. E lì l’oro, l’argento e l’alpacca sono tre mondi diversi.
Ciao Rampal.
Rispondo non per essere polemico, ma per chiarire meglio la mia posizione.
Innanzitutto, condivido gran parte di quello che scrivi.
Il mondo del flauto è fatto di molte variabili che agiscono contemporaneamente. Così anche per il materiale; questo non è l'unica componente che determina il suono e benché la scienza dimostri che sia ininfluente, i flautisti avvertono diversità di emissione.
La differenza non è avvertita tanto dal pubblico, quanto piuttosto dal flautista che sta suonando. Tale differenza, come hai detto, si traduce in un maggior o minor confort, in una maggior o minor corrispondenza del timbro alla propria immagine mentale di suono, ad una maggior o minor proiezione.
Per mia esperienza, dopo aver lottato lungamente alla ricerca di un'impostazione che potesse garantirmi uno standard più alto e costante, posso dire che a mio avviso la grande differenza la fa il flautista ossia come suona (come si imposta e come pensa il suono).
Inizialmente, quando ero poco maturo, bastavano pochi giorni senza studio per mandarmi in crisi, così come il passaggio da uno strumento all'altro. Successivamente, raggiunta una maggior efficienza, posso permettermi di non suonare per lunghi periodi visto che riesco a recuperare in tempi brevi; posso inoltre passare su diversi strumenti senza grosse problematiche o evidenti cambiamenti di suono. Ma questo perché ho maturato la mia immagine di suono e so come agire tecnicamente sullo strumento.
Per questo motivo, ma questa è la mia personale esperienza, credo che non sia impossibile avere la "flessibilità" mostrata da Galway.
Naturalmente gli strumenti non sono uguali, non danno lo stesso confort, non vanno suonati in maniera identica, ma, con un breve adeguamento, è possibile farli suonare in maniera simile.
Ciò concorda con il fatto che il flautista esperto suona bene anche su uno strumento di bassa qualità, mentre un flautista inesperto suona male sebbene disponga di uno strumento "in oro tempestato di diamanti".
In linea generale, posso dire che gli strumenti, quanto più sono costosi (e neanche questo è vero al 100%) tanto più sono costruiti bene e quindi risultano precisi; che spesso la sensazione di confort è offerta da tale precisione, garantita dalla qualità di costruzione.
Tuttavia, i flauti da studio, benché di minor qualità, sono concepiti per suonare sempre ossia rispondono su un range più ampio. In questo senso sono più facili da suonare perché se anche lo studente non li sollecita al meglio (con i corretti parametri di insufflazione adatti a quel particolare strumento), riesce comunque ad ottenerne dei risultati. La cosa è pensata sia per aiutare lo studente che per motivi commerciali (per rispondere alla richiesta dello studente acquirente).
Gli strumenti di maggior qualità invece risultano più difficili da suonare perché, benché più precisi e raffinati, rispondono su range di sollecitazione più ristretto. Così, se il flautista non è esperto (non ha una tecnica matura), trova difficoltà a concretizzare la maggior potenzialità che lo strumento di qualità può offrire. Il flautista maturo può avere delle preferenze, ma sicuramente non va in crisi se passa da uno strumento all'altro proprio perché ha quella flessibilità tecnica (intesa questa volta come flessibilità di imboccatura) che gli consente di ottenere sempre risultati più o meno soddisfacenti.
Per questo dico sempre, a chi si pone problematiche relative ai modelli/marche o di impostazione: "non pensare allo strumento, ma piuttosto a cosa stai facendo mentre suoni". Dico sempre: "non esiste il flauto perfetto; sei tu che lo fai suonare". Semmai esiste lo strumento più adatto a te.
 
Ultima modifica:
Ciao Rampal.
Rispondo non per essere polemico, ma per chiarire meglio la mia posizione.
Innanzitutto, condivido gran parte di quello che scrivi.
Il mondo del flauto è fatto di molte variabili che agiscono contemporaneamente. Così anche per il materiale; questo non è l'unica componente che determina il suono e benché la scienza dimostri che sia ininfluente, i flautisti avvertono diversità di emissione.
La differenza non è avvertita tanto dal pubblico, quanto piuttosto dal flautista che sta suonando. Tale differenza, come hai detto, si traduce in un maggior o minor confort, in una maggior o minor corrispondenza del timbro alla propria immagine mentale di suono, ad una maggior o minor proiezione.
Per mia esperienza, dopo aver lottato lungamente alla ricerca di un'impostazione che potesse garantirmi uno standard più alto e costante, posso dire che a mio avviso la grande differenza la fa il flautista ossia come suona (come si imposta e come pensa il suono).
Inizialmente, quando ero poco maturo, bastavano pochi giorni senza studio per mandarmi in crisi, così come il passaggio da uno strumento all'altro. Successivamente, raggiunta una maggior efficienza, posso permettermi di non suonare per lunghi periodi visto che riesco a recuperare in tempi brevi; posso inoltre passare su diversi strumenti senza grosse problematiche o evidenti cambiamenti di suono. Ma questo perché ho maturato la mia immagine di suono e so come agire tecnicamente sullo strumento.
Per questo motivo, ma questa è la mia personale esperienza, credo che non sia impossibile avere la "flessibilità" mostrata da Galway.
Naturalmente gli strumenti non sono uguali, non danno lo stesso confort, non vanno suonati in maniera identica, ma, con un breve adeguamento, è possibile farli suonare in maniera simile.
Ciò concorda con il fatto che il flautista esperto suona bene anche su uno strumento di bassa qualità, mentre un flautista inesperto suona male sebbene disponga di uno strumento "in oro tempestato di diamanti".
In linea generale, posso dire che gli strumenti, quanto più sono costosi (e neanche questo è vero al 100%) tanto più sono costruiti bene e quindi risultano precisi; che spesso la sensazione di confort è offerta da tale precisione, garantita dalla qualità di costruzione.
Tuttavia, i flauti da studio, benché di minor qualità, sono concepiti per suonare sempre ossia rispondono su un range più ampio. In questo senso sono più facili da suonare perché se anche lo studente non li sollecita al meglio (con i corretti parametri di insufflazione adatti a quel particolare strumento), riesce comunque ad ottenerne dei risultati. La cosa è pensata sia per aiutare lo studente che per motivi commerciali (per rispondere alla richiesta dello studente acquirente).
Gli strumenti di maggior qualità invece risultano più difficili da suonare perché, benché più precisi e raffinati, rispondono su range di sollecitazione più ristretto. Così, se il flautista non è esperto (non ha una tecnica matura), trova difficoltà a concretizzare la maggior potenzialità che lo strumento di qualità può offrire. Il flautista maturo può avere delle preferenze, ma sicuramente non va in crisi se passa da uno strumento all'altro proprio perché ha quella flessibilità tecnica (intesa questa volta come flessibilità di imboccatura) che gli consente di ottenere sempre risultati più o meno soddisfacenti.
Per questo dico sempre, a chi si pone problematiche relative ai modelli/marche o di impostazione: "non pensare allo strumento, ma piuttosto a cosa stai facendo mentre suoni". Dico sempre: "non esiste il flauto perfetto; sei tu che lo fai suonare". Semmai esiste lo strumento più adatto a te.
Nicola, su due o tre cose sono d'accordo con te: il flauto da studio è fatto per suonare sempre. Ma il modo in cui è fatto per suonare sempre è un’altra storia.
Come sostieni anche tu i flauti da studio sono dei carro armati. Pensa alla Yamaha serie 200 o 300: montano cuscinetti in feltro tessuto, morbidi, spessi. Se la chiave si piega un po, o se il cuscinetto si deforma con l’uso, quel feltro riesce comunque a compensare e a chiudere. Non c’è niente di raffinato, ma tiene. Non ci sono gli spessorini sotto le viti di regolazione che si trovano nei flauti professionali, perché non serve la stessa precisione. Certo, fanno più rumore di chiusura, ma allo studente cosa importa. Il flauto deve suonare, non deve essere silenzioso.
Sono d'accordo con te anche nel dire che un determinato taglio di testata potrebbe (e ribadisco il "potrebbe") aiutare di più il principiante assoluto che soffia per la prima volta nel nostro amato tubo.
Ma dopo poco le cose cambiano già dopo poco più di anno di vero studio. Si è sempre nella categoria principiante in erba però si assiste ad un paradosso. Un flauto professionale, con tamponi in microfibra sintetica tipo Straubinger o S2, meccanica più soffice ad abbassarsi, chiusura più precisa, renderebbe la vita più facile allo studente, non più difficile.
Non parlo delle particolarità che magari richiedono una spinta diaframmatica diversa: vedi per esempio flauto in argento con fusto heavy wall e magari mettiamoci dentro anche i caminetti saldati. Parlo di un normale flauto in argento fatto bene con caminetti estratti, e magari una bella testata in oro o boccola in oro. Insomma quelle con ampio range dinamico.
Le note uscirebbero con meno sforzo, gli attacchi sarebbero più puliti, il passaggio tra le ottave più fluido. E se ci metti sopra una testata in oro, con la parete più sottile, l’emissione diventa ancora più semplice. L’oro è più denso dell’argento, quindi a parità di peso la parete del tubo viene costruita più sottile, e questo significa meno resistenza al soffio. Allo stesso tempo la densità maggiore dà più equilibrio tra le ottave, quindi è più facile spostarsi dall’una all’altra. Ripulisce anche dalle impurità del soffio. Provare per credere, soprattutto il platino è fantastico per questo. Paradossalmente lo studente suonerebbe meglio.
Ma è ovvio che è impraticabile. Non puoi dare uno strumento da 5000 euro a uno che magari lo appoggia sul leggio e lo fa cadere, o lo lascia nel caso senza pulirlo per mesi.
I flauti da studio sono fatti per resistere a questo. I cuscinetti in feltro morbido perdonano gli urti, la meccanica è meno delicata. Un professionista con i tamponi Straubinger deve stare attento a non schiacciare troppo forte perché sono più sottili, attutiscono meno il colpo e sono più facile da sgualcirsi.
Lo studente li distruggerebbe in poco tempo.
Quindi alla fine sono d’accordo sul principio: il flauto da studio è più facile da gestire per chi inizia. Ma non perché suoni meglio (forse solo per alcuni tipi di testata per alcuni tipi di flautisti e per poco tempo), ma perché è più difficile da rompere.
 
Vi riporto la mia esperienza di docente (insegno all'I.C. Gabrieli di Mirano - VE) che ho vissuto proprio qualche mese fa sul "campo".

Sono solito suonare e tenere nel mio armadio a scuola un Guo New Voice perchè da portare a spasso per le aule, leggero, non si ossida ed i tamponi non si rovinano, non ha problemi di temperatura, ed ha anche un'emissione molto più facile. Plastica (o materiale composito come è scritto sul sito della Guo)...ma sempre una derivata della plastica. Per quello che devo fare a scuola, si comporta egregiamente.
Ho portato l'ensemble di flauti ad un concorso a Brescia e con me anche il Guo nello zaino. I miei allievi generalmente hanno per lo più Jupiter con qualche Yamaha. La mia allieva di seconda media 1° parte nell'ensemble ha avuto un piccolo problema allo strumento allora mi son detto: "adesso le do il mio Guo, è più facile, si mette in vibrazione subito, leggero...etc..etc..magari ha anche l'intonazione più stabile essendo di plastica".
Morale della favola, dopo aver fatto una provetta di 15 minuti in uno stanzino sia io che l'altra mia collega di flauto sentiamo che fatica parecchio ad emettere suoni puliti. Cioè, suona, però con suoni molto più soffiosi, difficoltà anche a tenere il registro. Quindi riprendo il flauto e le sistemo alla buona il suo, armato di cacciavitino.
Suno decisamente migliorato.

Quello che voglio dire è che paradossalmente il principiante ha avuto un suono migliore con uno strumento più pesante come quello in alpacca, rispetto a quello che teoricamente nell'opinione comune avrebbe dovuto favorirla in quanto a leggerezza ed immediatezza (il flauto in plastica Guo).
E la stessa cosa accade quando io provo una testata di caratura maggiore rispetto a quella in argento standard del mio flauto.
A volte faccio provare a principianti testate con boccola in oro o platino anche a principianti e tutti mi dicono che sentono un miglioramento netto. E questo miglioramento lo riesco a sentire anche io.
Ho letto quello che ha scritto Flauto-Man nel thread "Flauto in argento o alpacca" sul fatto che un materiale più denso si mette in vibrazione in misura minore rispetto quello meno denso (alpacca o nell'esempio che ho citato prima la plastica) e mi sa che è proprio così. Questo facilita l'emissione.
Inoltre si può fare la prova definitiva cambiando testata (con una di diverso materiale) mantenendo lo stesso corpo flauto, così da evitare condizionamenti dovuti al tipo di costruzione diverso.
 
Ciao Rampal.
Rispondo non per essere polemico, ma per chiarire meglio la mia posizione.
Innanzitutto, condivido gran parte di quello che scrivi.
Il mondo del flauto è fatto di molte variabili che agiscono contemporaneamente. Così anche per il materiale; questo non è l'unica componente che determina il suono e benché la scienza dimostri che sia ininfluente, i flautisti avvertono diversità di emissione.
La differenza non è avvertita tanto dal pubblico, quanto piuttosto dal flautista che sta suonando. Tale differenza, come hai detto, si traduce in un maggior o minor confort, in una maggior o minor corrispondenza del timbro alla propria immagine mentale di suono, ad una maggior o minor proiezione.
Per mia esperienza, dopo aver lottato lungamente alla ricerca di un'impostazione che potesse garantirmi uno standard più alto e costante, posso dire che a mio avviso la grande differenza la fa il flautista ossia come suona (come si imposta e come pensa il suono).
Inizialmente, quando ero poco maturo, bastavano pochi giorni senza studio per mandarmi in crisi, così come il passaggio da uno strumento all'altro. Successivamente, raggiunta una maggior efficienza, posso permettermi di non suonare per lunghi periodi visto che riesco a recuperare in tempi brevi; posso inoltre passare su diversi strumenti senza grosse problematiche o evidenti cambiamenti di suono. Ma questo perché ho maturato la mia immagine di suono e so come agire tecnicamente sullo strumento.
Per questo motivo, ma questa è la mia personale esperienza, credo che non sia impossibile avere la "flessibilità" mostrata da Galway.
Naturalmente gli strumenti non sono uguali, non danno lo stesso confort, non vanno suonati in maniera identica, ma, con un breve adeguamento, è possibile farli suonare in maniera simile.
Ciò concorda con il fatto che il flautista esperto suona bene anche su uno strumento di bassa qualità, mentre un flautista inesperto suona male sebbene disponga di uno strumento "in oro tempestato di diamanti".
In linea generale, posso dire che gli strumenti, quanto più sono costosi (e neanche questo è vero al 100%) tanto più sono costruiti bene e quindi risultano precisi; che spesso la sensazione di confort è offerta da tale precisione, garantita dalla qualità di costruzione.
Tuttavia, i flauti da studio, benché di minor qualità, sono concepiti per suonare sempre ossia rispondono su un range più ampio. In questo senso sono più facili da suonare perché se anche lo studente non li sollecita al meglio (con i corretti parametri di insufflazione adatti a quel particolare strumento), riesce comunque ad ottenerne dei risultati. La cosa è pensata sia per aiutare lo studente che per motivi commerciali (per rispondere alla richiesta dello studente acquirente).
Gli strumenti di maggior qualità invece risultano più difficili da suonare perché, benché più precisi e raffinati, rispondono su range di sollecitazione più ristretto. Così, se il flautista non è esperto (non ha una tecnica matura), trova difficoltà a concretizzare la maggior potenzialità che lo strumento di qualità può offrire. Il flautista maturo può avere delle preferenze, ma sicuramente non va in crisi se passa da uno strumento all'altro proprio perché ha quella flessibilità tecnica (intesa questa volta come flessibilità di imboccatura) che gli consente di ottenere sempre risultati più o meno soddisfacenti.
Per questo dico sempre, a chi si pone problematiche relative ai modelli/marche o di impostazione: "non pensare allo strumento, ma piuttosto a cosa stai facendo mentre suoni". Dico sempre: "non esiste il flauto perfetto; sei tu che lo fai suonare". Semmai esiste lo strumento più adatto a te.
Assolutamente non polemica, credo che queste discussioni facciano bene a tutti e soprattutto a chi navigando troverà queste considerazioni.
Ben venga questo ed altro.
Il forum serve a questo. Pluralità di vedute per poi trarne le proprie considerazioni. Forse non si arriverà mai ad una conclusione oggettiva per tutti, ma almeno avremo ampliato i nostri orizzonti mentali.
Riprendo l'ultima considerazione di @Marco-Flute quando dice che bisognerebbe mantenere lo stesso flauto e cambiare diverse testate per avere un parametro di giudizio oggettivo. Forse la chiave di volta sta proprio lì.