Ciao a tutti,
Leggo spesso con molto interesse i vari confronti che animano il forum, come quelli recenti tra lo Yamaha 677 e il Sankyo 201, o i dubbi leciti su quanto convenga oggi puntare sull'usato. C’è però un aspetto che secondo me finisce spesso in secondo piano quando si pianifica un salto di qualità, e che vorrei lanciare come spunto di discussione: il peso reale che diamo al "tubo" rispetto alla testata.
Siamo abituati a scegliere il flauto dal marchio inciso sul barilotto — Muramatsu, Sankyo, Yamaha — come se fosse l'unico certificato di qualità. Eppure, sappiamo bene che in un flauto di fascia professionale è la testata a fare il 70% del lavoro, definendo la personalità del suono, la prontezza della risposta e persino la stabilità dell’intonazione. Questo mi porta a una riflessione che molti professionisti già mettono in pratica: la strategia del "Mix & Match".
Invece di spendere cifre importanti (parliamo di 5.000-6.000€) per uno strumento professionale nuovo di fabbrica, che magari monta una testata "standard" pensata per accontentare un po' tutti, perché non considerare l'idea di un corpo usato di qualità abbinato a una testata handmade?
Immaginate di trovare un corpo solido, magari un Sankyo 201 o uno Yamaha serie 400, che si trovano usati a prezzi onestissimi. Se a quel corpo — che meccanicamente fa il suo dovere così com'è o magari dopo averlo revisionato a puntino — si abbina una testata custom di alta gamma (penso a nomi come Faulisi, Mancke, Lafin, Briccialdi, Song etc..), il risultato è spesso sorprendente. Con un investimento totale decisamente più contenuto, ci si ritrova tra le mani uno strumento che suona come un flauto di fascia altissima, ma con il vantaggio enorme della personalizzazione.
Scegliere la testata separatamente significa poter decidere se si vuole la resistenza e il calore di un taglio più scuro o la proiezione brillante di una testata più moderna, indipendentemente dalla marca del flauto. Ho visto flautisti passare da un Muramatsu EX nuovo a un "ibrido" composto da un vecchio corpo Sankyo e una testata Mancke, trovando finalmente quel suono vivo e personale che cercavano da tempo, spendendo quasi la metà.
Certo, la meccanica deve essere in ordine, ma una volta revisionato il corpo, è la geometria della testata a fare la vera differenza tra un buon flauto e uno strumento che "canta" davvero.
Voi che ne pensate? Vi è mai capitato di fare esperimenti del genere o di preferire un corpo "modesto" ma con una testata d'eccezione? Sono curioso di sapere se qualcuno di voi ha trovato la sua combinazione ideale seguendo questa strada o se preferite comunque l'omogeneità di uno strumento nato e venduto in blocco unico.
Leggo spesso con molto interesse i vari confronti che animano il forum, come quelli recenti tra lo Yamaha 677 e il Sankyo 201, o i dubbi leciti su quanto convenga oggi puntare sull'usato. C’è però un aspetto che secondo me finisce spesso in secondo piano quando si pianifica un salto di qualità, e che vorrei lanciare come spunto di discussione: il peso reale che diamo al "tubo" rispetto alla testata.
Siamo abituati a scegliere il flauto dal marchio inciso sul barilotto — Muramatsu, Sankyo, Yamaha — come se fosse l'unico certificato di qualità. Eppure, sappiamo bene che in un flauto di fascia professionale è la testata a fare il 70% del lavoro, definendo la personalità del suono, la prontezza della risposta e persino la stabilità dell’intonazione. Questo mi porta a una riflessione che molti professionisti già mettono in pratica: la strategia del "Mix & Match".
Invece di spendere cifre importanti (parliamo di 5.000-6.000€) per uno strumento professionale nuovo di fabbrica, che magari monta una testata "standard" pensata per accontentare un po' tutti, perché non considerare l'idea di un corpo usato di qualità abbinato a una testata handmade?
Immaginate di trovare un corpo solido, magari un Sankyo 201 o uno Yamaha serie 400, che si trovano usati a prezzi onestissimi. Se a quel corpo — che meccanicamente fa il suo dovere così com'è o magari dopo averlo revisionato a puntino — si abbina una testata custom di alta gamma (penso a nomi come Faulisi, Mancke, Lafin, Briccialdi, Song etc..), il risultato è spesso sorprendente. Con un investimento totale decisamente più contenuto, ci si ritrova tra le mani uno strumento che suona come un flauto di fascia altissima, ma con il vantaggio enorme della personalizzazione.
Scegliere la testata separatamente significa poter decidere se si vuole la resistenza e il calore di un taglio più scuro o la proiezione brillante di una testata più moderna, indipendentemente dalla marca del flauto. Ho visto flautisti passare da un Muramatsu EX nuovo a un "ibrido" composto da un vecchio corpo Sankyo e una testata Mancke, trovando finalmente quel suono vivo e personale che cercavano da tempo, spendendo quasi la metà.
Certo, la meccanica deve essere in ordine, ma una volta revisionato il corpo, è la geometria della testata a fare la vera differenza tra un buon flauto e uno strumento che "canta" davvero.
Voi che ne pensate? Vi è mai capitato di fare esperimenti del genere o di preferire un corpo "modesto" ma con una testata d'eccezione? Sono curioso di sapere se qualcuno di voi ha trovato la sua combinazione ideale seguendo questa strada o se preferite comunque l'omogeneità di uno strumento nato e venduto in blocco unico.