Il Rifiuto Italiano del Boehm: pigrizia o estetica del Bel Canto?

Dorian

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7 Settembre 2019
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5 Settembre 2019
Leggendo un po' di storia del nostro strumento, sono rimasto colpito da un fatto che mi sembra assurdo. Il flauto Boehm moderno (quello cilindrico del 1847) ha rivoluzionato il mondo, eppure ho letto che qui in Italia c'è stata una resistenza incredibile nell'adottarlo. Pare che fino agli anni '20 o addirittura al 1930 (l'anno in cui si è stabilito l'obbligo di utilizzare il sistema Boehm nei Conservatori), grandissimi flautisti e didatti italiani abbiano continuato a preferire e insegnare il "vecchio sistema" (Ziegler o i sistemi misti di Briccialdi),,,.
La mia domanda per gli esperti è: perché? Era solo perché i professionisti non volevano reimparare le posizioni da capo (visto che il Boehm cambiava tutto rispetto al flauto a chiavi precedente) o c'era un motivo musicale più profondo? Ho letto che molti accusavano il flauto Boehm di avere un suono esile nella terza ottava o troppo freddo per le esigenze dell'Opera Lirica, dove il flauto doveva cantare come una soprano,,. Qualcuno di voi ha mai provato a suonare le fantasie d'opera ottocentesche (tipo quelle di Briccialdi o Krakamp) su uno strumento dell'epoca? È vero che il Boehm moderno "uccide" quel tipo di espressività vocale che cercavano i nostri antenati?
 
Ciao! Hai toccato un tasto dolente (e affascinante) della nostra storia. Diciamo che la verità sta nel mezzo, ma leggendo le cronache dell'epoca c'è da divertirsi. Non era solo "pigrizia", c'erano motivi molto seri (almeno per loro!).
1. Il trauma della "ri-alfabetizzazione" Mettetevi nei panni di un virtuoso dell'epoca come Briccialdi o Rabboni. Erano delle star, suonavano cose impossibili sul sistema antico (il cosiddetto sistema Ziegler o Meyer, diffuso in Italia). Arriva Boehm e dice: "Buttate tutto e ricominciate da zero con una diteggiatura nuova". Molti grandi, come Tulou in Francia o De Michelis in Italia, si rifiutarono semplicemente di tornare scolari. Lo stesso Briccialdi, quando provò il Boehm a Londra, disse che dopo mesi di studio gli venivano ancora i "colpi di testa" per la difficoltà e non riusciva a suonare pulito i passaggi rapidi. Ecco perché si inventò la chiave del Si bemolle e il "Sistema Briccialdi": voleva il canneggio moderno ma con le posizioni vecchie!
2. La questione del "Bel Canto" Questo è il punto cruciale. In Italia il flauto doveva cantare come una soprano in una scena di follia di Donizetti. I puristi trovavano il suono del flauto Boehm cilindrico troppo "sfacciato", forte e metallico. Dicevano che assomigliava al timbro di un oboe o di un clarinetto e che mancava di quella dolcezza pastosa e vocale dei flauti conici in legno. Addirittura Wagner (che non era italiano ma influenzò molto l'ambiente) definì il flauto Boehm un "cannone". In orchestra si preferiva il legno perché si amalgamava meglio con gli altri legni.
3. A Napoli c'è stata una vera e propria guerra. Da una parte Emanuele Krakamp, che si definiva l'"apostolo" del Boehm e lo insegnava contro tutto e tutti (anche se usava spesso il modello conico del 1832); dall'altra i tradizionalisti che difendevano lo Ziegler a spada tratta. Pensate che Gazzelloni stesso ha iniziato a suonare con un vecchio Ziegler e il Boehm è diventato obbligatorio nei conservatori italiani solo con i decreti del 1930!
Insomma, non era solo chiusura mentale: era proprio un ideale sonoro diverso che ha faticato a morire.
 
Discussione molto interessante.
ma se guardiamo bene tra le pieghe della storia, la situazione in Italia era ancora più caotica (e onestamente più divertente) di come appare nei libri.

Voglio aggiungere tre 'chicche' per far capire quanto sia stata dura la vita per i fautori del Boehm da noi:

In Italia, per decenni, abbiamo chiamato 'Ziegler' praticamente qualsiasi flauto conico a chiavi, anche se usciva dalle officine milanesi di Rampone o Luvoni. Era diventato un brand ideologico: lo Ziegler era il 'flauto vero', quello con la voce scura e viscerale che serviva in orchestra. Il povero Boehm veniva ridicolizzato, accusato di suonare come un oboe nel grave e di essere esile in alto. Pensa che persino un gigante come Severino Gazzelloni ha iniziato soffiando dentro uno di questi 'vecchi legni' nella banda di Roccasecca, prima di convertirsi alla modernità.

Hai citato il grande Giulio, ed è il caso clinico perfetto. Quando andò a Londra e provò il nuovo sistema, ammise che dopo tre anni di studio gli venivano ancora i 'colpi di testa' perché il suo cervello cercava le vecchie posizioni. Ma il suo 'rifiuto' di piegarsi totalmente ci ha lasciato in eredità la Briccialdi Key (la leva del Sib col pollice). È l’unico pezzo di ingegneria italiana che è diventato uno standard mondiale sul sistema Boehm: un’invenzione nata dalla necessità di un virtuoso di non impazzire con le nuove diteggiature!

In quegli anni di transizione abbiamo prodotto degli ibridi incredibili. Avete mai visto il Flauto Giorgi del 1888? Un tubo verticale in ebanite, senza chiavi, che sembrava un pezzo di idraulica d’avanguardia. Scatenò liti furibonde tra i teorici dell’epoca. Per non parlare dei 'finti Boehm': flauti che fuori sembravano moderni ma dentro avevano la meccanica vecchia per non spaventare i professori.
La verità è che questa 'guerra di trincea' tra l'innovazione franco-tedesca e la testardaggine melodica italiana si è risolta solo per legge. È dovuto intervenire Veggetti nel 1930 con i nuovi programmi ministeriali per imporre il Boehm nei Conservatori. Prima di allora, entrare in una classe di flauto era come entrare in un museo delle curiosità: potevi trovarci di tutto!
 
Grazie per le risposte. Mi state aprendo un mondo!!
La storia del Flauto Giorgi poi è incredibile: un tubo verticale senza chiavi nel 1888? Ho letto che Italo Piazza (quello del metodo che usiamo ancora oggi per i principianti!) lo prendeva in giro ferocemente, dicendo che faceva dei "buffi miagolii" invece che note e che serviva solo a fare i tremoli. Sembra fantascienza pensare che qualcuno volesse sostituire il Boehm con quel "tubo da stufa"! 😂
Però il colmo in tutto questo è che Briccialdi abbia combattuto una vita per non usare la diteggiatura Boehm, e alla fine l'unica cosa che è rimasta immortale del suo lavoro è proprio la chiave del Si bemolle col pollice che ha applicato sopra il sistema Boehm. In pratica, ogni volta che usiamo il Sib comodo, stiamo usando un pezzo di "pigrizia" italiana del 1849! :sleep::ROFLMAO:
Ma scusa, se il Boehm è diventato obbligatorio solo nel 1930 con Veggetti, vuol dire che le prime opere di Puccini o Mascagni venivano suonate ancora con questi flauti misti o vecchi? Ho letto addirittura che Verdi per l'Aida fece costruire dei flauti speciali che poi scartò... ne sai qualcosa?
 
La situazione nelle orchestre italiane a cavallo tra '800 e '900 era un vero far west organologico. Se consideri che il decreto che obbligava all'uso del Boehm nei conservatori è del 1930, vuol dire che per decenni nelle buche d'orchestra hanno convissuto flautisti che suonavano strumenti completamente diversi.
Ecco qualche conferma:
1. È praticamente certo che le prime assolute di capolavori come Bohème, Tosca o Cavalleria Rusticana siano state suonate, almeno in parte, con flauti "vecchio sistema" (o sistema Ziegler) Ti faccio due esempi:
• A Napoli, al San Carlo, il primo flauto Giuseppe Albano ha suonato per ben 56 anni (fino a fine secolo) usando sempre il vecchio sistema.
• Alla Scala di Milano, Antonio Zamperoni (primo flauto fino al 1909 circa) suonava il vecchio sistema. Addirittura Arturo Toscanini nel 1898 scrisse una lettera pregandolo di non andare in pensione perché, anche col flauto vecchio, suonava divinamente. Quindi sì, quel suono "vocale" e scuro che sentiamo nei dischi storici è spesso frutto di flauti conici in legno, non dei Boehm in argento di oggi.

2. Per la prima dell'Aida alla Scala, Verdi si era impuntato: voleva una sonorità particolare per la "Danza sacra delle Sacerdotesse" (Finale Atto I) e richiese l'uso di tre Flauti d'Amore (tagliati in La, una terza sotto il flauto normale). Fecero costruire appositamente questi strumenti (probabilmente in legno e con poche chiavi). Risultato? All'atto pratico, in prova, si resero conto che l'effetto non era granché e che i flauti normali rendevano meglio. Verdi, pragmatico come sempre, accantonò l'idea e riscrisse la parte per i flauti in Do. Uno di quei flauti sperimentali pare sia finito in un museo in America.

3. Visto che citavi Mascagni, lui andò addirittura oltre. Nella sua opera Parisina (1913) utilizzò l'Albisifono. Cos'era? Un flauto basso verticale inventato da Abelardo Albisi (primo flauto della Scala), Mascagni usò anche altri flauti speciali di Albisi in quell'opera (un flauto in Sol e un flauto basso in Do).

Insomma, altro che standardizzazione: quei decenni sono stati un laboratorio incredibile (e un po' folle) di tentativi per cercare nuovi colori orchestrali!
 
Discussione affascinante, mi ci sono tuffata perché è un pezzo di storia che riguarda tutti noi.

Su una cosa vorrei aggiungere un dettaglio che secondo me sfuggiva finora: il ruolo di Emanuele Krakamp. @Falaux lo cita come apostolo del Boehm a Napoli, e Maki ricorda il decreto Veggetti del 1930. Ma la cosa interessante è che Krakamp non solo abbracciò il Boehm nel 1847 (fu il primo in Italia a farlo), ma nel 1854 pubblicò nientemeno che il "Metodo per il flauto cilindrico alla Boehm", uno dei primissimi al mondo dedicati al nuovo strumento.

La prefazione di quel metodo è illuminante. Krakamp scrive che gli italiani erano "sempre stati obbligati a ricorrere a metodi stranieri, e quindi ad assuefare sin dal bel principio il loro orecchio alla nuova musica francese o tedesca, la quale, comunque possa avere le sue bellezze, ha però una accentazione, una fraseggiatura ed una melodia del tutto differenti dalle italiane".

Cioè, Krakamp non sta solo dicendo "il Boehm è meglio". Sta dicendo: "adottiamo il Boehm ma con un metodo italiano, per non perdere la nostra cantabilità operistica". È una posizione molto più sottile del semplice rifiuto o della semplice accettazione. In pratica cerca di fare una sintesi: la nuova meccanica tedesca al servizio del Bel Canto italiano.

Il fatto che il suo metodo sia pieno di modelli tratti dal repertorio operistico italiano — fantasie su Donizetti, Bellini, Verdi — la dice lunga. Krakamp voleva dimostrare che il Boehm poteva cantare come una soprano, non come un clarinetto. Che poi fosse vero o no, è un'altra questione, ma l'intento è rivelatore di cosa preoccupava davvero i flautisti italiani: non la diteggiatura in sé, ma la paura di perdere quella voce umana che il flauto conico in legno aveva.

Questo spiega anche perché Briccialdi, pur essendo un innovatore (la chiave del Sib è sua), non sia mai passato del tutto al Boehm: non era contrario alla meccanica, era contrario al suono che perdeva quella cantabilità. Preferì adattare il vecchio sistema piuttosto che buttare via la voce italiana.

E questo risponde in parte alla domanda di @Dorian: non era "solo pigrizia". Era un ideale estetico radicato nel teatro d'opera, dove il flauto doveva imitare la voce umana, non competere con l'oboe o il clarinetto. Ci è voluto un decreto del 1930 per chiudere la discussione, ma forse non l'ha mai chiusa davvero, visto che la stiamo ancora facendo qui.
 
Ciao a tutti.
Se vi interessa l'argomento, consiglio la lettura de "Il flauto in Italia" a cura di Claudio Paradiso. Il testo è un pò costoso, ma vale sicuramente la pena per la dettagliata informativa supportata da un'attenta ricerca musicologica.
Vi ricordo poi la figura di Leonardo De Lorenzo che pubblicò nel 1912 "L'indispensabile a complete modern school for the flute", specificatamente dedicato al perfezionamento sul flauto Boehm.
Quanto a Krakamp, va detto che il suo metodo del 1854 anticipa di molto il primo metodo francese per flauto Boehm, scritto nel 1880 da Joseph-Henri Altès, successore di Louis Dorus al Conservatorio di Parigi (fu Dorus a far adottare nel 1860 il flauto Boehm nel Conservatorio Parigino; Krakamp lo adotta nel 1847).
Non vorrei andare fuori tema, ma approfitto per ricordare che la cultura centralizzata francese, prima con la monarchia e poi con l'amministrazione napoleonica, ha fatto si che in Francia, prima che in Italia, si imponesse una scuola unitaria. Storicamente la Francia trovò la sua unità nazionale ben prima che l'Italia. Infatti prima del 1861 l'Italia era divisa in tanti Stati autonomi, ciascuno con la sua amministrazione, la sua scuola, la sua organizzazione musicale. Quando in Francia esisteva l'insegnamento specifico per il flauto, in Italia gli insegnanti impartivano, come in antico, sia nozioni di flauto che di oboe o addirittura di altri strumenti a fiato affini (Krakamp insegnava a Napoli strumenti a fiato-legni). Anche attualmente la Francia è un passo avanti poiché dedica all'ottavino un insegnamento specifico, mentre in Italia l'ottavino è ancora legato alla classe di flauto ove si insegna l'intera famiglia dei flauti. In Francia la docenza in Conservatorio ed il posto in orchestra si tramandavano da insegnante ad allievo, mentre in Italia, ciascuno Stato aveva il suo "campione" che dava lustro alla corte, occupando il posto in orchestra e definendo la scuola. Mentre in Francia si utilizzava ed insegnava il sistema Boehm, in Italia c'erano un'infinità di varianti. Tutto ciò ha fatto sì che si sviluppasse, diffondesse e imponesse la scuola francese, prima che ogni altra. Tuttavia, va sfatata l'idea di una superiorità culturale. Se è vero che la scuola francese ha avuto un ruolo storico, a volte imponendosi come modello, non per questo bisogna pensare che spetti ai Francesi lo scettro del primato. Come abbiamo visto Krakamp anticipa i metodi francesi. Sebbene esponenti illustri francesi siano espatriati nel mondo, influendo sulla cultura flautistica del luogo di destino, non per questo dobbiamo pensare che l'Italia non abbia avuto concertisti di fama che abbiano viaggiato e insegnato nel mondo, diffondendo la loro influenza. Attualmente, con la globalizzazione, il concetto di scuola francese è ormai superato e resta un mito. L'insegnamento dei vari Taffanel, Moyse, Rampal, Marion, Larrie e compagni, ormai è stato completamente assorbito e non conserva che l'importanza storica. Nel mondo abbiamo tantissimi bravi flautisti dai quali è possibile imparare e molti sono italiani, prime parti in grandi orchestre o insegnanti in istituti di prestigio.
 
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Ciao a tutti.
Se vi interessa l'argomento, consiglio la lettura de "Il flauto in Italia" a cura di Claudio Paradiso. Il testo è un pò costoso, ma vale sicuramente la pena per la dettagliata informativa supportata da un'attenta ricerca musicologica.
Vi ricordo poi la figura di Leonardo De Lorenzo che pubblicò nel 1912 "L'indispensabile a complete modern school for the flute", specificatamente dedicato al perfezionamento sul flauto Boehm.
Quanto a Krakamp, va detto che il suo metodo del 1854 anticipa di molto il primo metodo francese per flauto Boehm, scritto nel 1880 da Joseph-Henri Altès, successore di Louis Dorus al Conservatorio di Parigi (fu Dorus a far adottare nel 1860 il flauto Boehm nel Conservatorio Parigino; Krakamp lo adotta nel 1847).
Non vorrei andare fuori tema, ma approfitto per ricordare che la cultura centralizzata francese, prima con la monarchia e poi con l'amministrazione napoleonica, ha fatto si che in Francia, prima che in Italia, si imponesse una scuola unitaria. Storicamente la Francia trovò la sua unità nazionale ben prima che l'Italia. Infatti prima del 1861 l'Italia era divisa in tanti Stati autonomi, ciascuno con la sua amministrazione, la sua scuola, la sua organizzazione musicale. Quando in Francia esisteva l'insegnamento specifico per il flauto, in Italia gli insegnanti impartivano, come in antico, sia nozioni di flauto che di oboe o addirittura di altri strumenti a fiato affini (Krakamp insegnava a Napoli strumenti a fiato-legni). Anche attualmente la Francia è un passo avanti poiché dedica all'ottavino un insegnamento specifico, mentre in Italia l'ottavino è ancora legato alla classe di flauto ove si insegna l'intera famiglia dei flauti. In Francia la docenza in Conservatorio ed il posto in orchestra si tramandavano da insegnante ad allievo, mentre in Italia, ciascuno Stato aveva il suo "campione" che dava lustro alla corte, occupando il posto in orchestra e definendo la scuola. Mentre in Francia si utilizzava ed insegnava il sistema Boehm, in Italia c'erano un'infinità di varianti. Tutto ciò ha fatto sì che si sviluppasse, diffondesse e imponesse la scuola francese, prima che ogni altra. Tuttavia, va sfatata l'idea di una superiorità culturale. Se è vero che la scuola francese ha avuto un ruolo storico, a volte imponendosi come modello, non per questo bisogna pensare che spetti ai Francesi lo scettro del primato. Come abbiamo visto Krakamp anticipa i metodi francesi. Sebbene esponenti illustri francesi siano espatriati nel mondo, influendo sulla cultura flautistica del luogo di destino, non per questo dobbiamo pensare che l'Italia non abbia avuto concertisti di fama che abbiano viaggiato e insegnato nel mondo, diffondendo la loro influenza. Attualmente, con la globalizzazione, il concetto di scuola francese è ormai superato e resta un mito. L'insegnamento dei vari Taffanel, Moyse, Rampal, Marion, Larrie e compagni, ormai è stato completamente assorbito e non conserva che l'importanza storica. Nel mondo abbiamo tantissimi bravi flautisti dai quali è possibile imparare e molti sono italiani, prime parti in grandi orchestre o insegnanti in istituti di prestigio.
@Nicola, ottimo intervento. Il libro di Paradiso è davvero la bibbia per chi vuole approfondire questa stagione, e la segnalazione di De Lorenzo calza perfettamente. Però permettimi un paio di precisazioni e un’aggiunta che secondo me rende ancora più interessante il quadro che stiamo ricostruendo.

Riguardo Krakamp:
Hai ragione che il metodo di Krakamp del 1854 anticipa quello dell’Altès (1880). Ma attenzione a dire che è il “primo metodo francese”: l’Altès è il più famoso oggi, ma in Francia erano già andati avanti. Victor Coche aveva pubblicato un suo metodo per il nuovo flauto Boehm già nel 1839, e Louis Dorus aveva dato alle stampe “L’Étude de la Nouvelle Flûte” nel 1845. Quindi i francesi, sul piano didattico, ci avevano battuti sul tempo.
Detto questo, il merito di Krakamp resta enorme, ed è bene ribadirlo: il suo metodo del 1854 è tra i primissimi in assoluto dedicati al flauto cilindrico Boehm, ed è quasi certamente il primo italiano. E la prefazione che citava @Aura è illuminante non solo per il contenuto, ma perché Krakamp fa una cosa sottile: non si limita a dire “il Boehm è meglio”, ma costruisce un metodo italiano per il Boehm, farcito di modelli tratti dalla cantabilità operistica. È una sintesi, non una resa. In un certo senso cerca di “italianizzare” lo strumento tedesco, di farlo cantare alla maniera di Donizetti e Bellini invece che alla maniera dei metodi francesi e tedeschi.

Sul perché ci vollero 70 anni tocchi il punto vero, e la spiegazione che dai sulla frammentazione pre-unitaria è giusta, ma aggiungo un tassello che a me sembra decisivo. In Francia il Conservatorio di Parigi era un’autorità centrale capace di imporre il cambiamento dall’alto. Tulou, feroce oppositore del Boehm, fu sostituito da Dorus nel 1860, e da quel momento il Boehm divenne lo standard nazionale. Un conservatorio, una decisione, un Paese.
In Italia questa autorità non esisteva. E il paradosso è che Krakamp, pur insegnando a Napoli, non aveva la forza di imporre nulla a scala nazionale. Milano, Roma, Firenze, Palermo facevano storia a sé. Ancora nel 1890 (quasi quarant’anni dopo il metodo di Krakamp) nei conservatori di Milano, Roma e Napoli si adottava il flauto Ziegler, e solo a Firenze il sistema Briccialdi. Un mosaico regionale che la Francia non ha mai dovuto affrontare.
A questo si aggiunge che i docenti più influenti erano spesso i più conservatori. Italo Piazza, insegnante a Pesaro e poi a Napoli, è il caso emblematico: è quello che prendeva in giro il flauto Giorgi definendolo un “tubo da stufa”, ed era un oppositore frontale del Boehm. Quando chi insegna ai futuri orchestrali è contrario al nuovo strumento, il cambiamento non parte dal basso.

Secondo me il nodo non è il decreto del 1930 (che sancisce a posteriori uno stato di fatto), ma un passaggio generazionale avvenuto nell’ultimo decennio dell’Ottocento. È lì che alcuni insegnanti nati negli anni Cinquanta dell’Ottocento optano per il Boehm e, soprattutto, formano i loro allievi sul nuovo strumento. Da questa catena nascono Alberto Veggetti (1874) e Arrigo Tassinari (1889) (allievi di Emilio Gillone a Bologna) e poi Abelardo Albisi, Leonardo De Lorenzo. Sono loro che portano davvero il Boehm nelle orchestre e nei conservatori, non un decreto.
Tassinari è l’anello di congiunzione con la modernità: primo flauto alla Scala con Toscanini, e poi maestro di Severino Gazzelloni a Santa Cecilia. Se oggi suoniamo come suoniamo, il debito con quella generazione di “convertiti” è enorme.

Mi sembra che da tutto il thread emerga una cosa che vale la pena sottolineare: il “rifiuto” italiano non è mai stato un rifiuto del progresso in sé. È stato il tentativo, ostinato e in qualche modo nobile, di difendere un’idea di suono legata a una tradizione vocale specifica. Krakamp stesso abbraccia il Boehm per difendere quella tradizione, non per abiurarla. Quando finalmente il Boehm vince, vince perché una nuova generazione dimostra che si può cantare come una soprano anche con il cilindro in argento. Non perché l’estetica del Bel Canto avesse perso, ma perché qualcuno ha dimostrato che il Boehm poteva servirla.
Forse la vera domanda non è “perché l’Italia ha resistito così a lungo”, ma “perché siamo così sicuri che avesse torto”.