Vi registrate quando suonate?

GiulioR

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12 Agosto 2026
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Ciao a tutti, sono nuovo del forum.
Suono il flauto da qualche anno, non a livello professionale, e ho una domanda che mi ronza in testa da un po’.
Qualche giorno fa ho provato a registrarmi col telefono mentre studiavo un brano. Non un’intera esecuzione, solo due minuti per sentirmi da fuori.
Premo play e resto abbastanza di sasso: il suono che sentivo io mentre suonavo non era quello che usciva dall’altoparlante.
Le note lunghe non erano pulite come credevo, il vibrato andava e veniva, e il tempo era meno stabile di quanto pensassi. Niente di drammatico, ma abbastanza per capire che c’è un bel divario tra quello che percepisco e quello che arriva davvero a chi ascolta.
La cosa mi ha fatto riflettere. Noi sentiamo il nostro suono dall’interno, attraverso le ossa e la risonanza della testa, e questo lo “addolcisce” come quando parliamo e poi ci riascoltiamo?
Chi ci ascolta sente solo quello che esce dal flauto. Allora mi chiedo: è normale studiare regolarmente con una registrazione? Lo fate? È un’abitudine utile o si rischia di diventare ossessionati dai difetti e perdere la naturalezza?
Mi interessa sapere se qualcuno di voi lo fa in modo sistematico e se ha notato miglioramenti concreti. O se al contrario vi è servito poco e avete trovato sistemi migliori per controllare il vostro suono.
Grazie in anticipo per le risposte.
 
Solution
Moltissimi, giustamente, consigliano di effettuare registrazioni come ausilio allo studio.
Porto l'esempio di Alfredo Casella, grande pianista, compositore, direttore e organizzatore/divulgatore del '900. Lui addirittura pensava che la registrazione dovesse entrare nell'uso della pratica in Conservatorio. L'analisi attenta del proprio suonare infatti rende consapevoli ed aiuta il miglioramento (perché è difficile avere un miglioramento se non si è consapevoli e non si agisce in maniera direzionata).
Un'altra pratica poco usata nei Conservatori italiani, a differenza di quelli esteri, è il supporto costante dell'accompagnamento pianistico. Studiare supportati da un buon accompagnatore infatti influisce moltissimo sullo sviluppo delle...
Qualche giorno fa ho provato a registrarmi col telefono mentre studiavo un brano. Non un’intera esecuzione, solo due minuti per sentirmi da fuori.
Premo play e resto abbastanza di sasso: il suono che sentivo io mentre suonavo non era quello che usciva dall’altoparlante.
Le note lunghe non erano pulite come credevo, il vibrato andava e veniva, e il tempo era meno stabile di quanto pensassi. Niente di drammatico, ma abbastanza per capire che c’è un bel divario tra quello che percepisco e quello che arriva davvero a chi ascolta.
La cosa mi ha fatto riflettere. Noi sentiamo il nostro suono dall’interno, attraverso le ossa e la risonanza della testa, e questo lo “addolcisce” come quando parliamo e poi ci riascoltiamo?
Chi ci ascolta sente solo quello che esce dal flauto. Allora mi chiedo: è normale studiare regolarmente con una registrazione? Lo fate? È un’abitudine utile o si rischia di diventare ossessionati dai difetti e perdere la naturalezza?
Mi interessa sapere se qualcuno di voi lo fa in modo sistematico e se ha notato miglioramenti concreti. O se al contrario vi è servito poco e avete trovato sistemi migliori per controllare il vostro suono.
Grazie in anticipo per le risposte.

Ciao,

sono nuovo di questo forum e mi sono iscritto perche' mia moglie sta iniziando a suonare il flauto, non io. Provo a dirti la mia esperienza anche se lo strumento e' un tantino differente. :)

Anche io, su consiglio del mio maestro, ogni tanto provo a registrarmi e come te rimango regolarmente sconvolto da quanto suono male. La dinamica in particolare viene tutta stravolta, parti che mi sembrava di suonare in maniera almeno decente risultano spesso "sbagliate" e il tutto risulta in una esecuzione che se dovessi sentirla in un concerto me ne andrei via schifato.

Credo che in parte sia proprio quello che dici tu, sentire uno strumento a distanza e' differente che sentirlo mentre lo si suona (il mio l'ho addosso) ma credo anche, dal basso della mia ignoranza, che registrarsi sia un modo per capire dove si deve intervenire sul suono e quindi avere un "ritorno" obiettivo che ci permette di perfezionarci proprio perche' si sente, almeno all'incirca, quel che viene fuori, quello che sentono gli altri intendo, e quindi si ha la possibilita' di aggiustare insicurezze ed errori dinamici. Senza fissarcisi perche' immagino che anche la registrazione non sia poi tanto fedele.

Io inizio a registrarmi una volta acquisita la padronanza del pezzo, e ogni volta e' un dramma, ma farlo mi aiuta la concentrazione (somiglia un po' ad avere un pubblico) e ho visto mi aiuta anche a migliorare il suono.

Ripeto, io suono uno strumento differente e oltretutto son davvero agli inizi, quindi puo' darsi abbia scritto castronerie. Prendila da chi viene. :)

Un saluto,
 
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Benvenuto Giulio,
È una domanda che farei bene a farmi più spesso anch’io.
Ti confermo che il divario che hai descritto è reale e lo conosciamo tutti, anche se pochi lo ammettono. Il suono che percepiamo mentre suoniamo passa per la conduzione ossea oltre che per l’aria, ed è sempre più “pieno” e più lusinghiero di quello che arriva a chi ascolta. Non è un’impressione tua, è fisica: le ossa del cranio trasmettono meglio le basse frequenze, e questo ci fa sentire un suono più rotondo del vero.
Sulla registrazione: la uso, ma con una regola. Non mi registro mentre studio, mi registro quando un brano è già pronto. Altrimenti si rischia di passare più tempo ad ascoltarsi che a suonare, e si finisce per correggere difetti che in realtà sono dell’ultimo passaggio, non del modo di suonare in generale.
Quando il pezzo è pronto, mi registro una volta intera. Poi ascolto senza suonare, una volta sola, e segno su un foglio tre o quattro cose: dove perdo il tempo, dove il vibrato sparisce, dove la dinamica non funziona. Tre o quattro punti, non di più. Poi torno a studire su quelli.
Il telefono non è fedele sul timbro ma è fedele su tempo, dinamica e fraseggio. E quelli sono i difetti che non sentiamo mentre suoniamo perché siamo concentrati su altro.
Un consiglio pratico: se vuoi sentirti come ti sente il pubblico, non mettere il telefono sul leggio. Da vicino il microfono prende troppo il soffio diretto e il suono sembra peggiore di quello che è. Mettilo a un metro, un metro e mezzo di distanza, leggermente di lato rispetto all’imboccatura, non davanti. Così prende il suono che esce dal flauto senza il rumore del fiato.
 
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Moltissimi, giustamente, consigliano di effettuare registrazioni come ausilio allo studio.
Porto l'esempio di Alfredo Casella, grande pianista, compositore, direttore e organizzatore/divulgatore del '900. Lui addirittura pensava che la registrazione dovesse entrare nell'uso della pratica in Conservatorio. L'analisi attenta del proprio suonare infatti rende consapevoli ed aiuta il miglioramento (perché è difficile avere un miglioramento se non si è consapevoli e non si agisce in maniera direzionata).
Un'altra pratica poco usata nei Conservatori italiani, a differenza di quelli esteri, è il supporto costante dell'accompagnamento pianistico. Studiare supportati da un buon accompagnatore infatti influisce moltissimo sullo sviluppo delle proprie abilità. L'accompagnamento, oltre a dare un formativo sostegno armonico, ti obbliga a suonare entro certi parametri ritmici e intonativi.
Personalmente mi sono registrato sia con registratore digitale che con cellulare ed il riscontro ricevuto è quello da voi descritto. Sicuramente quello che ascoltiamo non è ciò che percepisce il pubblico. La registrazione ci avvicina alla percezione dell'ascoltatore, ma anche questa non è perfetta e non corrisponde esattamente a ciò che ascolta il pubblico. Intanto, va detto che la registrazione dev'essere buona (valido il consiglio di allontanare l'apparecchio dalla fonte sonora) perché, con parametri non adeguati, può risaltare certe componenti e sacrificarne altre, rendendo quindi una rappresentazione falsata della realtà. Ad esempio, se mi registro con cellulare sul leggio, i miei attacchi risultano pesantissimi. Tutte le registrazioni benché di qualità non catturano tutte le frequenze e quindi non danno un riscontro reale del suono prodotto. Inoltre, il suono ascoltato dal pubblico non è semplicemente quello generato dalla fonte sonora bensì quello prodotto dalla fonte sonora nell'ambiente (che tra l'altro cambia in base all'ambiente stesso). Facciamo l'esempio dell'orchestra: il suono di una sezione di violini non è quello del violino singolo e il suono del violino singolo cambia in base al contesto nel quale è inserito. Dobbiamo quindi fare riferimento al suono complessivo; alla combinazione di tutte le frequenze, di tutti gli armonici, di tutti i timbri degli strumenti che suonano in un determinato ambiente.
Per questo motivo l'uso della registrazione è sicuramente utile al nostro studio (meglio usare il metodo di Rampal e confrontare registrazioni effettuate in tempi diversi e distanziati fra loro), ma non dobbiamo troppo deprimerci nel riascoltarci perché quello che sentiamo, benché più preciso e fedele, non è ancora il nostro suono; come ci percepiscono gli altri.
Se proprio vogliamo avere un giudizio, allora dobbiamo considerare la reazione del pubblico in concerto oppure valutare la reazione di chi ci sta accanto (insegnante, ascoltatore occasionale, altro strumentista che suona con noi).
Dico un'altra cosa, poi mi taccio.
Certe volte ho fatto degli errori e ho pensato di aver suonato male, ma la reazione del pubblico è stata buona e, viceversa, certe volte mi sono convinto di aver eseguito bene, ma la reazione del pubblico non è stata eccessivamente entusiasta. Questo dimostra ancor più quello che abbiamo detto prima ossia che il nostro giudizio non è quello del pubblico; ma anche che l'ascolto è personale, ossia che è influenzato da una diversa capacità di ascolto (maggiore o minore sensibilità percettiva) e da una diversa capacità di giudizio (maggiore o minore formazione musicale).
 
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Moltissimi, giustamente, consigliano di effettuare registrazioni come ausilio allo studio.
Porto l'esempio di Alfredo Casella, grande pianista, compositore, direttore e organizzatore/divulgatore del '900. Lui addirittura pensava che la registrazione dovesse entrare nell'uso della pratica in Conservatorio. L'analisi attenta del proprio suonare infatti rende consapevoli ed aiuta il miglioramento (perché è difficile avere un miglioramento se non si è consapevoli e non si agisce in maniera direzionata).
Un'altra pratica poco usata nei Conservatori italiani, a differenza di quelli esteri, è il supporto costante dell'accompagnamento pianistico. Studiare supportati da un buon accompagnatore infatti influisce moltissimo sullo sviluppo delle proprie abilità. L'accompagnamento, oltre a dare un formativo sostegno armonico, ti obbliga a suonare entro certi parametri ritmici e intonativi.
Personalmente mi sono registrato sia con registratore digitale che con cellulare ed il riscontro ricevuto è quello da voi descritto. Sicuramente quello che ascoltiamo non è ciò che percepisce il pubblico. La registrazione ci avvicina alla percezione dell'ascoltatore, ma anche questa non è perfetta e non corrisponde esattamente a ciò che ascolta il pubblico. Intanto, va detto che la registrazione dev'essere buona (valido il consiglio di allontanare l'apparecchio dalla fonte sonora) perché, con parametri non adeguati, può risaltare certe componenti e sacrificarne altre, rendendo quindi una rappresentazione falsata della realtà. Ad esempio, se mi registro con cellulare sul leggio, i miei attacchi risultano pesantissimi. Tutte le registrazioni benché di qualità non catturano tutte le frequenze e quindi non danno un riscontro reale del suono prodotto. Inoltre, il suono ascoltato dal pubblico non è semplicemente quello generato dalla fonte sonora bensì quello prodotto dalla fonte sonora nell'ambiente (che tra l'altro cambia in base all'ambiente stesso). Facciamo l'esempio dell'orchestra: il suono di una sezione di violini non è quello del violino singolo e il suono del violino singolo cambia in base al contesto nel quale è inserito. Dobbiamo quindi fare riferimento al suono complessivo; alla combinazione di tutte le frequenze, di tutti gli armonici, di tutti i timbri degli strumenti che suonano in un determinato ambiente.
Per questo motivo l'uso della registrazione è sicuramente utile al nostro studio (meglio usare il metodo di Rampal e confrontare registrazioni effettuate in tempi diversi e distanziati fra loro), ma non dobbiamo troppo deprimerci nel riascoltarci perché quello che sentiamo, benché più preciso e fedele, non è ancora il nostro suono; come ci percepiscono gli altri.
Se proprio vogliamo avere un giudizio, allora dobbiamo considerare la reazione del pubblico in concerto oppure valutare la reazione di chi ci sta accanto (insegnante, ascoltatore occasionale, altro strumentista che suona con noi).
Dico un'altra cosa, poi mi taccio.
Certe volte ho fatto degli errori e ho pensato di aver suonato male, ma la reazione del pubblico è stata buona e, viceversa, certe volte mi sono convinto di aver eseguito bene, ma la reazione del pubblico non è stata eccessivamente entusiasta. Questo dimostra ancor più quello che abbiamo detto prima ossia che il nostro giudizio non è quello del pubblico; ma anche che l'ascolto è personale, ossia che è influenzato da una diversa capacità di ascolto (maggiore o minore sensibilità percettiva) e da una diversa capacità di giudizio (maggiore o minore formazione musicale).
Grazie a tutti e tre per le risposte, davvero utili. Mi fa sentire meno solo nella “scoperta” di questo divario.
Nicola, il riferimento a Casella mi ha incuriosito. Non sapevo che già allora si parlasse di registrazione come strumento didattico, mi sembra un’idea sorprendentemente moderna per l’epoca. Per caso sai se questo suo pensiero è rimasto da qualche parte in qualche scritto? Mi piacerebbe approfondire.
Il punto che mi colpisce di più del tuo post però è un altro. Quello che dici sul suono nell’ambiente mi fa capire che forse ho sbagliato qualcosa finora: io mi sono sempre registrato in camera mia, che è una stanza piccola e piuttosto “morta” acusticamente.
Ma se il suono cambia in base allo spazio, allora quello che sento nella registrazione non è solo il mio flauto ma il mio flauto in quella stanza. Forse dovrei provare a registrarmi in una sala più grande, o almeno più vivace, per capire meglio come si comporta il suono quando ha spazio per muoversi.
La cosa dell’accompagnamento pianistico invece mi fa pensare. Io studio quasi sempre da solo, e mi rendo conto che senza un riferimento ritmico e armonico esterno è facile perdere il senso del “dove sto andando”. Soprattutto sul tempo, che era una delle cose peggiori nella mia registrazione. Magari studiare con una base, anche solo con un’app potrebbe aiutarmi quanto la registrazione stessa.
L’aneddoto sul pubblico mi rassicura e inquieta allo stesso tempo. Rassicura perché dice che il mio giudizio non è quello che conta davvero. Inquieta perché se non posso fidarmi del mio orecchio né della registrazione né del pubblico, dove vado a cercare la verità sul mio suono? Forse la risposta è che non c’è una verità sola, ma tante verità a seconda di chi ascolta e dove. E questo, a pensarci, è abbastanza affascinante.
Proverò il metodo di Rampal: registrare a pezzo pronto, ascoltare una volta, segnare tre o quattro cose e basta. Senza fissarmi. Vi farò sapere se funziona.
Grazie ancora.
 
Grazie a tutti e tre per le risposte, davvero utili. Mi fa sentire meno solo nella “scoperta” di questo divario.
Nicola, il riferimento a Casella mi ha incuriosito. Non sapevo che già allora si parlasse di registrazione come strumento didattico, mi sembra un’idea sorprendentemente moderna per l’epoca. Per caso sai se questo suo pensiero è rimasto da qualche parte in qualche scritto? Mi piacerebbe approfondire.
Il punto che mi colpisce di più del tuo post però è un altro. Quello che dici sul suono nell’ambiente mi fa capire che forse ho sbagliato qualcosa finora: io mi sono sempre registrato in camera mia, che è una stanza piccola e piuttosto “morta” acusticamente.
Ma se il suono cambia in base allo spazio, allora quello che sento nella registrazione non è solo il mio flauto ma il mio flauto in quella stanza. Forse dovrei provare a registrarmi in una sala più grande, o almeno più vivace, per capire meglio come si comporta il suono quando ha spazio per muoversi.
La cosa dell’accompagnamento pianistico invece mi fa pensare. Io studio quasi sempre da solo, e mi rendo conto che senza un riferimento ritmico e armonico esterno è facile perdere il senso del “dove sto andando”. Soprattutto sul tempo, che era una delle cose peggiori nella mia registrazione. Magari studiare con una base, anche solo con un’app potrebbe aiutarmi quanto la registrazione stessa.
L’aneddoto sul pubblico mi rassicura e inquieta allo stesso tempo. Rassicura perché dice che il mio giudizio non è quello che conta davvero. Inquieta perché se non posso fidarmi del mio orecchio né della registrazione né del pubblico, dove vado a cercare la verità sul mio suono? Forse la risposta è che non c’è una verità sola, ma tante verità a seconda di chi ascolta e dove. E questo, a pensarci, è abbastanza affascinante.
Proverò il metodo di Rampal: registrare a pezzo pronto, ascoltare una volta, segnare tre o quattro cose e basta. Senza fissarmi. Vi farò sapere se funziona.
Grazie ancora.
Ciao Giulio R,
1) Casella parla dell'uso didattico della registrazione nel suo libro "Il pianoforte" (edizione Ricordi, 1954) dove si esprime così: "Esistono anche esecutori (e anche direttori d'orchestra) che evidentemente non percepiscono quello che fanno, ma sentono invece, nella loro fantasia, la musica come vorrebbero che fosse e come purtroppo in realtà non è. A questo proposito sarebbe utilissimo che nei Conservatori e nelle grandi scuole di musica venisse istituito il metodo di riprodurre fonograficamente certe esecuzioni degli alunni, i quali avrebbero così un mezzo meraviglioso di autocriticarsi. Questo però non diminuisce affatto la necessità, fondamentale per l'interprete, di sviluppare al massimo la facoltà di ascoltarsi durante ogni istante dell'esecuzione".
2) Non hai sbagliato nulla. Usa la registrazione per ascoltarti meglio e non come elemento autodistruttivo. Fai esperimenti e mettiti continuamente a confronto, analizzando criticamente le diverse esperienze. Ciò che conta non è essere perfetti, bensì risultare musicalmente credibile e suscitare emozioni.
3) Le basi registrate sono rigide (il discorso musicale è altra cosa), ma comunque utili per lo studio. Se puoi prediligi l'esecuzione con validi accompagnatori dal vivo.
4) Per il ritmo esistono tecniche specifiche per curarlo, ma anche qui va capito criticamente dove sia l'intoppo (nella percezione uditiva, nell'incapacità di solfeggio, nella mancanza di coordinazione digitale, nella postura, nella lentezza del colpo di lingua, ecc.)
 
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Ciao Giulio R,
1) Casella parla dell'uso didattico della registrazione nel suo libro "Il pianoforte" (edizione Ricordi, 1954) dove si esprime così: "Esistono anche esecutori (e anche direttori d'orchestra) che evidentemente non percepiscono quello che fanno, ma sentono invece, nella loro fantasia, la musica come vorrebbero che fosse e come purtroppo in realtà non è. A questo proposito sarebbe utilissimo che nei Conservatori e nelle grandi scuole di musica venisse istituito il metodo di riprodurre fonograficamente certe esecuzioni degli alunni, i quali avrebbero così un mezzo meraviglioso di autocriticarsi. Questo però non diminuisce affatto la necessità, fondamentale per l'interprete, di sviluppare al massimo la facoltà di ascoltarsi durante ogni istante dell'esecuzione".
2) Non hai sbagliato nulla. Usa la registrazione per ascoltarti meglio e non come elemento autodistruttivo. Fai esperimenti e mettiti continuamente a confronto, analizzando criticamente le diverse esperienze. Ciò che conta non è essere perfetti, bensì risultare musicalmente credibile e suscitare emozioni.
3) Le basi registrate sono rigide (il discorso musicale è altra cosa), ma comunque utili per lo studio. Se puoi prediligi l'esecuzione con validi accompagnatori dal vivo.
4) Per il ritmo esistono tecniche specifiche per curarlo, ma anche qui va capito criticamente dove sia l'intoppo (nella percezione uditiva, nell'incapacità di solfeggio, nella mancanza di coordinazione digitale, nella postura, nella lentezza del colpo di lingua, ecc.)
Nicola, grazie per la citazione esatta.
La cosa che mi colpisce è l’ultima frase, quella che chiude il passaggio: Casella dice che l’ascolto registrato “non diminuisce affatto la necessità, fondamentale per l’interprete, di sviluppare al massimo la facoltà di ascoltarsi durante ogni istante dell’esecuzione”. Sembra quasi che avesse paura che lo strumento diventasse un alibi, una delega dell’ascolto alla macchina.
E in fondo è lo stesso rischio che dicevamo prima, quello di registrarsi ossessivamente e smettere di ascoltarsi mentre si suona.
Sul punto tre ci pensavo proprio ieri. Ho provato a studiare un brano con una base trovata online, e la sensazione è stata strana: il tempo era perfetto, ma sentivo che il mio fraseggio si incastrava in una gabbia. Come se la base mi tenesse a galla ma mi impedisse di respirare musicalmente. Quello che dici tu, che le basi sono rigide, descrive esattamente questa sensazione. Però mi ha fatto capire dove perdo tempo in modo che da solo non notavo. Quindi come strumento diagnostico sì, come accompagnamento abituale forse no.
Il punto quattro invece mi apre un dubbio che non mi ero mai posto. Io davo per scontato che il mio problema di tempo fosse “sensibilità ritmica” in generale, ma tu elenchi cause possibili molto diverse tra loro: percezione uditiva, solfeggio, coordinazione digitale, postura, colpo di lingua. Immagino che siano cose che si individuano solo con un maestro che ti guarda suonare
 
Nicola, grazie per la citazione esatta.
La cosa che mi colpisce è l’ultima frase, quella che chiude il passaggio: Casella dice che l’ascolto registrato “non diminuisce affatto la necessità, fondamentale per l’interprete, di sviluppare al massimo la facoltà di ascoltarsi durante ogni istante dell’esecuzione”. Sembra quasi che avesse paura che lo strumento diventasse un alibi, una delega dell’ascolto alla macchina.
E in fondo è lo stesso rischio che dicevamo prima, quello di registrarsi ossessivamente e smettere di ascoltarsi mentre si suona.
Sul punto tre ci pensavo proprio ieri. Ho provato a studiare un brano con una base trovata online, e la sensazione è stata strana: il tempo era perfetto, ma sentivo che il mio fraseggio si incastrava in una gabbia. Come se la base mi tenesse a galla ma mi impedisse di respirare musicalmente. Quello che dici tu, che le basi sono rigide, descrive esattamente questa sensazione. Però mi ha fatto capire dove perdo tempo in modo che da solo non notavo. Quindi come strumento diagnostico sì, come accompagnamento abituale forse no.
Il punto quattro invece mi apre un dubbio che non mi ero mai posto. Io davo per scontato che il mio problema di tempo fosse “sensibilità ritmica” in generale, ma tu elenchi cause possibili molto diverse tra loro: percezione uditiva, solfeggio, coordinazione digitale, postura, colpo di lingua. Immagino che siano cose che si individuano solo con un maestro che ti guarda suonare
Un mio insegnante diceva giustamente: "Si suona con le orecchie".
La stragrande maggioranza dei neofiti pensa che suonare sia muovere le dita. Ma la verità è che si impara e che si gestiscono molti elementi musicali con l'ascolto. Sul flauto sono legati a questo aspetto soprattutto la costruzione del suono e dell'intonazione. In particolare l'intonazione è gestita in base all'ascolto durante l'esecuzione (si effettuano le correzioni necessarie sul momento).
Anche il ritmo si segue a orecchio.
Ad esempio la prima esperienza potrebbe essere quella di battere le mani sulla pulsazione del metronomo. Sembra una sciocchezza, ma non tutti riescono a stare perfettamente a tempo e necessitano di un poco di allenamento.
Il solfeggio insegna a suddividere la pulsazione (in duine, terzine, valori puntati, sincopi, gruppi irregolari, ecc.) e quindi se non si ha esperienza in questo, potrebbe risultare difficile stare a tempo.
In riferimento al punto 4), puoi valutare se la tua digitazione non è fluida tanto da metterti fuori tempo. Stessa cosa per il colpo di lingua che dovrebbe essere coordinato al movimento delle dita. Il movimento ritardato delle dita o della lingua può darti problemi circa il mantenimento corretto della pulsazione. A volte le dita non si muovono in maniera efficiente se influenzate da una postura che crea rigidità oppure se le dita si alzano troppo sulla tastiera. A questo proposito ho trovato in commercio un accessorio che è una barretta di plastica che si fissa al flauto sopra le dita. In questo modo le dita, non potendosi muovere oltre una certa altezza, sono costrette a stare vicino ai tasti (ma è meglio se si riesce ad imparare a controllare i muscoli esercitandosi lentamente davanti allo specchio).
Anche la presa del respiro può ritardare la giusta scansione ritmica. Quindi va imparato come prendere fiato in velocità.
Per quanto riguarda le registrazioni "rigide", intendo che sono meccaniche e, se prevedono respiri, sospensioni (corone), rallentamenti o velocizzazioni, sei costretto a coordinarti con esse, eseguendole sempre nello stesso modo, mentre nell'esecuzione dal vivo queste cose possono mutare di volta in volta e quindi, anche questa abilità (pensa ad esempio al seguire le indicazioni di un direttore d'orchestra) va costruita con l'esperienza. E tralascio il suonare "indietro" o in "avanti" (rispetto la pulsazione) tipico dei jazzisti.
Cerca di sistemare quanto più puoi e se in registrazione risulti sufficiente, allora lo sarai sicuramente anche dal vivo.
 
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