Il vibrato: come lo controllate? Velocità, ampiezza e "stile"

Ale-Flute

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30 Gennaio 2026
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Ciao a tutti

Stavo riflettendo sul vibrato e su quanto sia fondamentale per l'espressività, ma anche su quanto sia spesso frainteso o trattato in modo uniforme.

Ho notato che molti lo usano come un effetto costante, senza variarne la velocità o l'ampiezza in base al fraseggio.
Secondo me, un vibrato ben controllato dovrebbe essere modulabile: lento e stretto per i passaggi delicati, più veloce e ampio per i momenti di maggiore intensità. La difficoltà sta nel riuscire a cambiarlo in tempo reale senza che suoni innaturale o "scollegato".

Qualcuno di voi ha mai lavorato specificamente sulla modulazione del vibrato? Come lo insegnate ai vostri studenti (o come l'avete appreso)? C'è un esercizio specifico che vi ha aiutato a separare la velocità dall'ampiezza?Sarei curioso di sapere se pensate che lo stile (barocco, classico, romantico, moderno) richieda approcci diversi al vibrato, o se lo considerate più una scelta personale.
 
Solution
Ottima domanda, che tocca uno degli aspetti più sottili e importanti del nostro strumento. Hai centrato il punto: il vibrato non è un effetto da applicare sempre uguale, ma uno strumento espressivo che deve essere modulato.

Per rispondere alla tua domanda su come controllarlo, ecco alcuni spunti pratici che ho trovato utili nel tempo:

1.Separazione di velocità e ampiezza: Spesso tendiamo a pensare che più veloce = più ampio, ma non è così. Un esercizio utile è provare a mantenere un'ampiezza costante (es. un semitono) e variare solo la velocità, e viceversa. Questo ti dà un controllo molto più fine.

2. Il ruolo del diaframma: Molti flautisti (specialmente nella scuola francese) lavorano sul vibrato partendo dal supporto dell'aria. Un...
Ottima domanda, che tocca uno degli aspetti più sottili e importanti del nostro strumento. Hai centrato il punto: il vibrato non è un effetto da applicare sempre uguale, ma uno strumento espressivo che deve essere modulato.

Per rispondere alla tua domanda su come controllarlo, ecco alcuni spunti pratici che ho trovato utili nel tempo:

1.Separazione di velocità e ampiezza: Spesso tendiamo a pensare che più veloce = più ampio, ma non è così. Un esercizio utile è provare a mantenere un'ampiezza costante (es. un semitono) e variare solo la velocità, e viceversa. Questo ti dà un controllo molto più fine.

2. Il ruolo del diaframma: Molti flautisti (specialmente nella scuola francese) lavorano sul vibrato partendo dal supporto dell'aria. Un flusso d'aria costante ma leggermente "ondulato" dal diaframma può dare un vibrato più naturale e meno "forzato" rispetto a quello generato solo dalla gola o dalla mandibola.

3.Contesto musicale: Come hai giustamente notato, lo stile conta.
- Barocco: Vibrato usato come ornamento, solo su note lunghe o finali di frase, molto controllato.
- Classico: Vibrato più leggero, veloce ma con ampiezza ridotta.
- Romantico/Moderno: Vibrato più ampio e costante, ma sempre modulabile in base all'intensità della frase.

4. Esercizio pratico: Prova a suonare una nota lunga (es. Sol4) e cerca di far partire il vibrato solo dopo aver mantenuto la nota piana per 2-3 secondi. Poi prova a fermarlo e ripartire. Questo ti aiuta a capire di avere il controllo "on/off" e non solo un effetto automatico.

La difficoltà nel cambiare vibrato in tempo reale è normale: richiede anni di pratica per renderlo automatico.
 
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Solution
Grazie mille per la risposta dettagliata! Ho letto con attenzione i tuoi consigli, in particolare sull'esercizio di separare velocità e ampiezza e sul ruolo del diaframma.

L'esercizio che hai proposto (partire con la nota piana e poi aggiungere il vibrato dopo 2-3 secondi) mi sembra molto interessante e lo proverò subito. Ho notato che spesso quando provo a "fermare" il vibrato, la nota tende a calare di intonazione o a perdere un po' di suono. Hai qualche consiglio specifico per mantenere la stabilità dell'intonazione mentre si accende o spegne il vibrato?

Grazie ancora per la condivisione, è sempre utile leggere esperienze di chi ha già percorso questa strada!
 
Concordo pienamente con Rampal e Alex. Aggiungo un dettaglio che ho notato: la stabilità dell'intonazione è la vera sfida quando si modula il vibrato.
Molti flautisti, quando cercano di fermare il vibrato, tendono a "rilassare" involontariamente il supporto dell'aria, e la nota cala. L'aria deve spingere con la stessa intensità
 
Io ho notato che la velocità del vibrato varia forse in modo inconsapevole anche in relazione al registro.
Per esempio nel registro acuto tendiamo istintivamente a velocizzarlo, forse per un eccesso di tensione.
Spesso lo facciamo senza accorgercene, e solo quando proviamo a rallentare il vibrato in acuto ci rendiamo conto di quanto sia automatico.
Un esperimento che trovo utile è suonare una scala lenta concentrandosi sul mantenere la stessa velocità e ampiezza del vibrato in tutto il registro, dal grave all'acuto. All'inizio sembra innaturale, ma aiuta a sviluppare un controllo più omogeneo e a evitare quel salto di stile che a volte si sente nei passaggi di registro.
 
Io ho notato che la velocità del vibrato varia forse in modo inconsapevole anche in relazione al registro.
Per esempio nel registro acuto tendiamo istintivamente a velocizzarlo, forse per un eccesso di tensione.
Spesso lo facciamo senza accorgercene, e solo quando proviamo a rallentare il vibrato in acuto ci rendiamo conto di quanto sia automatico.
Un esperimento che trovo utile è suonare una scala lenta concentrandosi sul mantenere la stessa velocità e ampiezza del vibrato in tutto il registro, dal grave all'acuto. All'inizio sembra innaturale, ma aiuta a sviluppare un controllo più omogeneo e a evitare quel salto di stile che a volte si sente nei passaggi di registro.
Penso che le tue osservazioni siano pertinenti.
Credo che vi sia una spiegazione tecnica per il fatto che velocità ed ampiezza del vibrato cambino in relazione al registro.
Come probabilmente sai per le note medio-alte la quantità dell'aria è minore e più veloce rispetto alle note gravi dove è necessaria più aria ma più lenta.
Ora poiché effettuiamo il vibrato con variazioni di spinta del flusso d'aria (generalmente utilizzando il diaframma), è chiaro che è più faticoso e lento movimentare grosse masse d'aria e di converso più facile muovere piccole quantità.
Sulle note medio-alte quindi sarà più facile velocizzare e stringere il vibrato. Il vibrato delle note gravi invece appare naturalmente più lento ed ampio.
Il tuo consiglio di sviluppare un medesimo vibrato su note di diversa altezza è sicuramente condivisibile.
Aggiungo che è possibile effettuare anche un altro tipo di lavoro ossia indipendentemente dall'altezza della nota si può cercare di applicare differenti tipi di vibrato più o meno veloci e più o meno ampi. Chiaramente esiste una correlazione fra velocità ed ampiezza che sono fra loro inversamente proporzionali (più il vibrato è veloce e più si restringe, mentre man mano che lo rallentiamo si amplifica).
 
Penso che le tue osservazioni siano pertinenti.
Credo che vi sia una spiegazione tecnica per il fatto che velocità ed ampiezza del vibrato cambino in relazione al registro.
Come probabilmente sai per le note medio-alte la quantità dell'aria è minore e più veloce rispetto alle note gravi dove è necessaria più aria ma più lenta.
Ora poiché effettuiamo il vibrato con variazioni di spinta del flusso d'aria (generalmente utilizzando il diaframma), è chiaro che è più faticoso e lento movimentare grosse masse d'aria e di converso più facile muovere piccole quantità.
Sulle note medio-alte quindi sarà più facile velocizzare e stringere il vibrato. Il vibrato delle note gravi invece appare naturalmente più lento ed ampio.
Il tuo consiglio di sviluppare un medesimo vibrato su note di diversa altezza è sicuramente condivisibile.
Aggiungo che è possibile effettuare anche un altro tipo di lavoro ossia indipendentemente dall'altezza della nota si può cercare di applicare differenti tipi di vibrato più o meno veloci e più o meno ampi. Chiaramente esiste una correlazione fra velocità ed ampiezza che sono fra loro inversamente proporzionali (più il vibrato è veloce e più si restringe, mentre man mano che lo rallentiamo si amplifica).
Grazie per la tua risposta che mette in ordine concetti che spesso diamo per scontati. Hai perfettamente ragione: la relazione tra la massa d'aria da movimentare e la velocità del vibrato è il cuore del problema.
Mi colpisce in particolare il tuo punto sulla correlazione inversa tra velocità e ampiezza ("più veloce e più si restringe"). È un dettaglio cruciale che spesso viene trascurato: quando proviamo ad accelerare il vibrato in acuto senza accorgercene, tendiamo a restringere l'ampiezza, rischiando di rendere il suono "freddo" o metallico. Al contrario, rallentare il vibrato in acuto per dare calore richiede uno sforzo maggiore per mantenere l'ampiezza senza appesantire l'intonazione.
Hai mai notato che questo meccanismo di "inerzia" può variare a seconda del tipo di flauto? Ad esempio, su testate con un'apertura del labium più ampia o su flauti con un tono più scuro, sembra che la massa d'aria richieda un movimento leggermente diverso per ottenere lo stesso effetto di vibrato.

La bravura sta anche nel capire quanto è possibile (e utile) intervenire per modificarlo consapevolmente senza creare tensioni.
Cioè trovare il limite oltre il quale forzare un tipo di vibrato "innaturale" diventa controproducente.
 
Grazie per la tua risposta che mette in ordine concetti che spesso diamo per scontati. Hai perfettamente ragione: la relazione tra la massa d'aria da movimentare e la velocità del vibrato è il cuore del problema.
Mi colpisce in particolare il tuo punto sulla correlazione inversa tra velocità e ampiezza ("più veloce e più si restringe"). È un dettaglio cruciale che spesso viene trascurato: quando proviamo ad accelerare il vibrato in acuto senza accorgercene, tendiamo a restringere l'ampiezza, rischiando di rendere il suono "freddo" o metallico. Al contrario, rallentare il vibrato in acuto per dare calore richiede uno sforzo maggiore per mantenere l'ampiezza senza appesantire l'intonazione.
Hai mai notato che questo meccanismo di "inerzia" può variare a seconda del tipo di flauto? Ad esempio, su testate con un'apertura del labium più ampia o su flauti con un tono più scuro, sembra che la massa d'aria richieda un movimento leggermente diverso per ottenere lo stesso effetto di vibrato.

La bravura sta anche nel capire quanto è possibile (e utile) intervenire per modificarlo consapevolmente senza creare tensioni.
Cioè trovare il limite oltre il quale forzare un tipo di vibrato "innaturale" diventa controproducente.
Le tue considerazioni mi fanno intuire che sei una flautista esperta e dotata della sensibilità che contraddistingue chi ha già una certa esperienza.
Si, per me, può esserci una qualche relazione anche con il tipo di testata utilizzata perché queste rispondono in modo diverso; infatti le leghe più pesanti ed i fori d'imboccatura più grandi hanno necessità di più aria.
Aggiungo che le considerazioni sul vibrato non possono non tenere in considerazione l'ambiente in cui si suona e l'andamento del brano che si esegue.
Infatti, dobbiamo tener conto di ciò che ascolta il pubblico a una certa distanza e non tanto di quello che percepiamo noi. Più il pubblico è distante, la sala risonante, il brano tranquillo e più il nostro vibrato deve essere lento ed ampio, altrimenti il pubblico non lo percepirà, ma avvertirà una nota lunga omogenea.
Hai notato il vibrato di Galway? Forse per deformazione professionale, abituato alle grandi sale da concerto, lo effettua con un'ampiezza molto evidente che da vicino infastidisce, ma che da lontano è perfettamente adeguato alla situazione.
 
Scusami Rampal, pensavo di rispondere a Giorgia94.
Mi accorgo solo ora dell'errore.
Se non sbaglio sei un insegnante ed è ovvio quindi che sei un flautista esperto.
Saluti.
 
Le tue considerazioni mi fanno intuire che sei una flautista esperta e dotata della sensibilità che contraddistingue chi ha già una certa esperienza.
Si, per me, può esserci una qualche relazione anche con il tipo di testata utilizzata perché queste rispondono in modo diverso; infatti le leghe più pesanti ed i fori d'imboccatura più grandi hanno necessità di più aria.
Aggiungo che le considerazioni sul vibrato non possono non tenere in considerazione l'ambiente in cui si suona e l'andamento del brano che si esegue.
Infatti, dobbiamo tener conto di ciò che ascolta il pubblico a una certa distanza e non tanto di quello che percepiamo noi. Più il pubblico è distante, la sala risonante, il brano tranquillo e più il nostro vibrato deve essere lento ed ampio, altrimenti il pubblico non lo percepirà, ma avvertirà una nota lunga omogenea.
Hai notato il vibrato di Galway? Forse per deformazione professionale, abituato alle grandi sale da concerto, lo effettua con un'ampiezza molto evidente che da vicino infastidisce, ma che da lontano è perfettamente adeguato alla situazione.
Ottimo esempio quello di Galway! non ci avevo pensato :)
 
ricordo che il vibrato mi uscì naturalmente verso il secondo o terzo anno,senza studio semplicemente ascoltando il maestro e gli allievi più grandi,fra cui il bravissimo oggi concertista Enrico di Felice, imparai molto ascoltando il maestro che gli faceva lezione,ricordo il suo suono bellissimo e il vibrato così semplice e naturale,fu facile cominciare a vibrare,lui già da ragazzo "chiudeva" la nota vibrando.E' una delle poche cose che fin da subito mi uscì bene senza problemi.
 
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Grazie a tutti per le risposte interessanti!

Mi ha fatto piacere leggere che molti di voi usano il diaframma per generare il vibrato, piuttosto che le labbra o la gola. È un approccio che ho provato anch'io e che mi ha dato una maggiore stabilità e controllo, specialmente nei passaggi lenti o nelle note lunghe. Come ha detto qualcuno, il vibrato diaframmatico sembra più naturale e meno forzato, e permette di variare l'ampiezza e la velocità in modo più fluido.

Molti di voi lo usano come strumento espressivo, non come un effetto continuo. Questo è un punto fondamentale: il vibrato non deve essere sempre presente, ma deve servire a evidenziare le note importanti, le cadenze o le emozioni del brano. Nel barocco, ad esempio, è spesso assente o molto controllato, mentre nel romantico diventa più ampio e frequente.

Un'altra cosa che ho sperimentato è la difficoltà di mantenere un vibrato uniforme in passaggi veloci o in dinamiche estreme. A volte, quando suono pianissimo, il vibrato tende a scomparire o a diventare irregolare. Ho provato a lavorare sul controllo del flusso d'aria e sulla rilassatezza delle labbra, ma è un processo che richiede tempo e pazienza.

Per me il vibrato non è una tecnica da applicare in modo meccanico, ma una parte integrante del suono che deve essere adattata al contesto musicale. Che sia veloce o lento, ampio o stretto, continuo o intermittente, l'importante è che serva a esprimere l'emozione del brano e non a nascondere le imperfezioni.

Grazie ancora per aver condiviso le vostre esperienze! Spero che questa discussione continui a crescere e che possiamo imparare gli uni dagli altri.
 
Grazie a tutti per le risposte interessanti!

Mi ha fatto piacere leggere che molti di voi usano il diaframma per generare il vibrato, piuttosto che le labbra o la gola. È un approccio che ho provato anch'io e che mi ha dato una maggiore stabilità e controllo, specialmente nei passaggi lenti o nelle note lunghe. Come ha detto qualcuno, il vibrato diaframmatico sembra più naturale e meno forzato, e permette di variare l'ampiezza e la velocità in modo più fluido.

Molti di voi lo usano come strumento espressivo, non come un effetto continuo. Questo è un punto fondamentale: il vibrato non deve essere sempre presente, ma deve servire a evidenziare le note importanti, le cadenze o le emozioni del brano. Nel barocco, ad esempio, è spesso assente o molto controllato, mentre nel romantico diventa più ampio e frequente.

Un'altra cosa che ho sperimentato è la difficoltà di mantenere un vibrato uniforme in passaggi veloci o in dinamiche estreme. A volte, quando suono pianissimo, il vibrato tende a scomparire o a diventare irregolare. Ho provato a lavorare sul controllo del flusso d'aria e sulla rilassatezza delle labbra, ma è un processo che richiede tempo e pazienza.

Per me il vibrato non è una tecnica da applicare in modo meccanico, ma una parte integrante del suono che deve essere adattata al contesto musicale. Che sia veloce o lento, ampio o stretto, continuo o intermittente, l'importante è che serva a esprimere l'emozione del brano e non a nascondere le imperfezioni.

Grazie ancora per aver condiviso le vostre esperienze! Spero che questa discussione continui a crescere e che possia

Ciao, qui
Bouriakov parla molto diffusamente e in maniera illuminata sul vibrato. Attivate la traduzione automatica.
interessante anche se difficile da capire tutto.Lui è un flautista unico,suona un Altus di argento(sempre che la I.A. non menta) ed ha un suono PAZZESCO,anche troppo,una tromba...un cannone,anche se nonostante tutto quello che ancora mi colpisce è l'impostazione completamente decentrata all'angolo della bocca,sarebbe interessante conoscerne le motivazioni e se crede sia possibile imparare così per tutti,se lui è stato impostato così da giovane o se ci è arrivato e perchè,oltre che sapere se crede che il suono così potente sia in qualche modo da addebbitarsi all'impostazione.Ne ho visto un altro impostato così credo un allievo di Aramany ma non era certo Bouriakov.
 
interessante anche se difficile da capire tutto.Lui è un flautista unico,suona un Altus di argento(sempre che la I.A. non menta) ed ha un suono PAZZESCO,anche troppo,una tromba...un cannone,anche se nonostante tutto quello che ancora mi colpisce è l'impostazione completamente decentrata all'angolo della bocca,sarebbe interessante conoscerne le motivazioni e se crede sia possibile imparare così per tutti,se lui è stato impostato così da giovane o se ci è arrivato e perchè,oltre che sapere se crede che il suono così potente sia in qualche modo da addebbitarsi all'impostazione.Ne ho visto un altro impostato così credo un allievo di Aramany ma non era certo Bouriakov.
Guardandolo suonare si nota subito che il suo labbro è posizionato in modo molto asimmetrico rispetto al foro d'imboccatura. È una cosa quasi innaturale, ma il suono che ne esce è pazzesco. Anche Rampal aveva un'impostazione decentrata, ma non così spostata come Bouriakov.

Secondo me non è stato impostato così da giovane, ma è arrivato a questa posizione attraverso un percorso di ricerca sul proprio suono. Forse suonando in grandi orchestre avrà sentito l'esigenza di trovare una soluzione per proiettare meglio il suono, ma questa è solo una mia ipotesi. È una scelta personale che funziona per lui, ma dubito che sia replicabile da tutti.

Il rischio di un'imboccatura troppo decentrata è che diventi instabile: quando cambi registro o dinamiche, il punto di attacco dell'aria si sposta e l'intonazione ne risente. Però devo dire che Bouriakov ha un controllo tale che riesce a compensare tutto. E ci mancherebbe! Non lo devo dire certo io.

Per quanto riguarda l'Altus in argento: confermo, il suono è pazzesco. Ma credo che il merito sia più della sua impostazione che del materiale. Un argento ben lavorato può dare un suono potente se chi lo suona sa come sfruttare gli armonici. Il fatto che non suoni un flauto in oro o in leghe pesanti dimostra che non è sempre lo strumento a fare la differenza. Ognuno trova la propria dimensione con uno strumento.
 
credo che l'impostazione di B. sia così fin da studente,spero che l'Altus PSII suoni davvero bene visto che ne ho appena ordinato uno
Sicuramente un gran bel flauto. Anche visto il costo :eek:Mi fa piacere che ogni tanto qualcuno con quelle cifre non si butti sul solito Muramatsu. Il ventaglio di scelta è molto ampio.
Facci sapere tutte le differenze che hai notato con gli altri flauti che hai provato prima di ordinare il tuo Altus. Magari possono essere d'aiuto anche agli altri iscritti al forum
 
Sicuramente un gran bel flauto. Anche visto il costo :eek:Mi fa piacere che ogni tanto qualcuno con quelle cifre non si butti sul solito Muramatsu. Il ventaglio di scelta è molto ampio.
Facci sapere tutte le differenze che hai notato con gli altri flauti che hai provato prima di ordinare il tuo Altus. Magari possono essere d'aiuto anche agli altri iscritti al forum
incrociamo le dita,ho preso fori chiusi fino al Do,sono vecchia scuola Italiana.Onestamente ebbi il Muramatzu SR heavy ma non mi soddisfò molto seppur fosse un signor flauto.Dovevo scegliere tra Altus e Brannen,a parte che Brannen con quelle caratteristiche glielo devi chiedere apposta,mi ha convinto il suono di Bouriakov.
 
Ciao, qui
Bouriakov parla molto diffusamente e in maniera illuminata sul vibrato. Attivate la traduzione automatica.
Ho guardato il video di Bouriakov che Nicola ha postato e credo che meriti molto più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora qui. È una vera masterclass sul vibrato, quasi un'ora di contenuti, e ci sono spunti che mi hanno fatto riflettere.

La cosa che mi ha colpito di più è la sua idea di base: il vibrato non serve a essere espressivi ma a evidenziare ciò che stai già facendo. Lo dice chiaramente: il pianoforte non ha vibrato e non è inespressivo. Il clarinetto non ha vibrato e ha alcuni dei solo più strappalacrime mai scritti. Quindi l'idea che mettere vibrato = automaticamente suonare bene è sbagliata. Il vibrato dovrebbe solo sottolineare le parti importanti della frase.

Bouriakov consiglia di studiare i brani prima completamente senza vibrato, cercando di renderli il più belli possibile con solo aria, direzione e fraseggio — come devono fare i clarinettisti — e solo dopo aggiungere il vibrato sulle note più espressive. Dice anche che il vibrato continuo e sempre uguale distrugge la frase. Lo paragona a "un cane che si gratta" — ha detto proprio così 😂 — cioè un vibrato che non si ferma mai, sempre alla stessa velocità, che toglie tutta l'atmosfera.

Un'altra cosa interessante è l'esercizio che attribuisce a William Bennett, che era il suo maestro alla Royal Academy. Si parte da una nota completamente dritta e si fanno delle pulsazioni dal diaframma, lentissime, tipo "grandpa vibrato" come lo chiama lui. Poi si accelera gradualmente aggiungendo una pulsazione alla volta. L'idea è che se parti troppo veloce il vibrato rimane in gola, mentre se parti lentissimo il diaframma è costretto a partecipare.

Sul dibattito diaframma vs gola che @Ale-Flute sollevava, Bouriakov è molto chiaro: per lui il vibrato deve partire dal diaframma. Dice che la gola è solo un punto di passaggio e che un vibrato fatto solo con la gola diventa artificiale. In particolare dice che è impossibile fare un vibrato solo di gola sulle note acute — provare per credere.

C'è anche un aneddoto divertente: a 20 anni ha suonato nella masterclass di Emmanuel Pahud, che gli ha detto "puoi essere più espressivo?" e quando Bouriakov ha aggiunto più vibrato, Pahud gli ha risposto "no, senza vibrato!" 😅 Ecco, penso che dica tutto.

Per il barocco dice che il vibrato va trattato come un'ornamentazione, esattamente come un trillo — lo aggiungi dove vuoi dire qualcosa di speciale, non è continuo.
 
Ho guardato il video di Bouriakov che Nicola ha postato e credo che meriti molto più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora qui. È una vera masterclass sul vibrato, quasi un'ora di contenuti, e ci sono spunti che mi hanno fatto riflettere.

La cosa che mi ha colpito di più è la sua idea di base: il vibrato non serve a essere espressivi ma a evidenziare ciò che stai già facendo. Lo dice chiaramente: il pianoforte non ha vibrato e non è inespressivo. Il clarinetto non ha vibrato e ha alcuni dei solo più strappalacrime mai scritti. Quindi l'idea che mettere vibrato = automaticamente suonare bene è sbagliata. Il vibrato dovrebbe solo sottolineare le parti importanti della frase.

Bouriakov consiglia di studiare i brani prima completamente senza vibrato, cercando di renderli il più belli possibile con solo aria, direzione e fraseggio — come devono fare i clarinettisti — e solo dopo aggiungere il vibrato sulle note più espressive. Dice anche che il vibrato continuo e sempre uguale distrugge la frase. Lo paragona a "un cane che si gratta" — ha detto proprio così 😂 — cioè un vibrato che non si ferma mai, sempre alla stessa velocità, che toglie tutta l'atmosfera.

Un'altra cosa interessante è l'esercizio che attribuisce a William Bennett, che era il suo maestro alla Royal Academy. Si parte da una nota completamente dritta e si fanno delle pulsazioni dal diaframma, lentissime, tipo "grandpa vibrato" come lo chiama lui. Poi si accelera gradualmente aggiungendo una pulsazione alla volta. L'idea è che se parti troppo veloce il vibrato rimane in gola, mentre se parti lentissimo il diaframma è costretto a partecipare.

Sul dibattito diaframma vs gola che @Ale-Flute sollevava, Bouriakov è molto chiaro: per lui il vibrato deve partire dal diaframma. Dice che la gola è solo un punto di passaggio e che un vibrato fatto solo con la gola diventa artificiale. In particolare dice che è impossibile fare un vibrato solo di gola sulle note acute — provare per credere.

C'è anche un aneddoto divertente: a 20 anni ha suonato nella masterclass di Emmanuel Pahud, che gli ha detto "puoi essere più espressivo?" e quando Bouriakov ha aggiunto più vibrato, Pahud gli ha risposto "no, senza vibrato!" 😅 Ecco, penso che dica tutto.

Per il barocco dice che il vibrato va trattato come un'ornamentazione, esattamente come un trillo — lo aggiungi dove vuoi dire qualcosa di speciale, non è continuo.
a me insegnarono,Pellegrini ma anche Tassinari,un uso moderato del vibrato,sempre,e mai nel repertorio barocco al massimo nelle note di chiusura,quasi un appoggio finale.Video interessantissimo,ammiro tanto Bouriakov.
 
Ciao a tutti.
Bouriakov suona un Altus di argento .997 con sol# aperto. La lega quindi è di argento quasi puro. E' stato possibile ottenere questa lega, con una durezza utile alla costruzione del flauto, solo recentemente con il progresso tecnico. Questo flauto, seppure d'argento, è piuttosto pesante, perciò, similmente all'oro, oppone maggior resistenza. Il suono risulta più scuro e permette una vasta gamma di colori. Non è facilissimo da suonare e quando ebbi l'opportunità di provarlo, ho preferito l'Altus AL .946 (che ancora suono). Su l'AL ho poi montato la testata .997. Attualmente, qualcuno storcerà il naso, gli ho abbinato una testata Di Zhao.
Che dire?
Il suono non è fatto dallo strumento, ma dal flautista. Non impazzite dunque a cercare il flauto perfetto. Usate ciò che a voi va bene, non la marca famosa o semplicemente quella usata dal flautista celebre.
Similmente, non copiate l'impostazione di un altro, ma cercate la vostra posizione personale che sia più efficiente e che vi faccia suonare al meglio.
Non credo che Bouriakov si sia impostato cercando l'imboccatura laterale (sinceramente è piuttosto brutto, ma ciò che conta è che su di lui funzioni). Ho trovato su youtube un video in cui si vede che già suonava in questo modo da ragazzino.
Usate la vostra imboccatura, sapendo che non ce n'è una migliore dell'altra. Se volete il suono forte e timbrato, allora dovete pensare a come indirizzate l'aria. Non sprecatela, ma convogliatela dentro lo strumento. Come sapete, sul flauto il suono è prodotto dallo sbandieramento del flusso contro il bordo del foro d'insufflazione: una parte d'aria si disperde fuori e una parte entra nello strumento. Ma per una buona efficienza posso dire che approssimativamente un buon 60% dovrebbe entrare nel flauto e solo un 40% disperdersi fuori.
 
Ultima modifica:
A proposito Fox, l'esercizio di suonare senza vibrato e poi di aggiungerlo ai fini della ricerca dell'espressività è indicato nell'ultima parte del De la sonorité di Moyse.
Ciao.
 
A proposito Fox, l'esercizio di suonare senza vibrato e poi di aggiungerlo ai fini della ricerca dell'espressività è indicato nell'ultima parte del De la sonorité di Moyse.
Ciao.
Grazie @Nicola per la segnalazione riguardo il Moyse.
È esattamente lo stesso principio che Bouriakov descrive nel video, solo spiegato 90 anni prima. Interessante come certe idee pedagogiche siano eterne.

Sul discorso dell'efficienza dell'aria ( il 60% dentro e 40% fuori) confermo che in genere si parla di una divisione approssimativamente metà-metà del flusso sul bordo del foro d'imboccatura.

Sull'imboccatura di Bouriakov, confermata l'ipotesi di @Maxence che era così fin da studente, direi che chiude la questione. E trovo bellissimo il tuo consiglio finale: non copiate l'impostazione di un altro, cercate la vostra. L'imboccatura è come un'impronta digitale, non esiste una migliore dell'altra.

Mi hai anche incuriosito con la testata Di Zhao montata sull'Altus AL. Come ti è venuta l'idea? Che differenza senti rispetto alla testata Altus originale?
 
Ciao Fox.
Prima che Leo ci lasciasse, ha voluto donarmi due dei suoi strumenti. Uno è un Di Zhao 501. Suonandolo ho trovato la testata ben costruita e ho deciso di adattarla al mio Altus. Il corpo dei flauti Di Zhao è costruito in Cina, ma le testate sono tutte tagliate in America (Boston) da Mr. Di Zhao in persona. Di Zhao ha lavorato per molti anni nella Powell e quindi si può dire che i suoi flauti hanno una concezione americana. Trovo la sua testata molto potente, pronta e abbastanza brillante (è in silver sterling).
Così ora quando suono, Leo è con me.
 
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Mi rifaccio vivo anche io su questo forum dopo un bel po di anni! Sarà che durante le ferie ho più tempo libero anche per leggere.

Guardando le vostre risposte e mi è venuta voglia di aggiungere un ulteriore tassello alla domanda di @Ale-Flute sulla prospettiva storica.
Perché se ci pensate, il fatto che noi oggi discutiamo su come modulare il vibrato dà per scontato che il vibrato ci debba essere. Ma per gran parte della storia del nostro strumento non era affatto scontato.
Fino a tutto l’Ottocento il vibrato era considerato un abbellimento, non una caratteristica del suono. Si applicava con parsimonia, sulle note lunghe o all’inizio delle cadenze, esattamente come un trillo o un mordente. Tromlitz, che pure scriveva trattati dettagliatissimi sul “bel suono” sul flauto, raccomandava di usarlo solo su note “piuttosto lunghe” e con grande moderazione. Non esiste, nei trattati del Sette e Ottocento, una sola voce che parli di vibrato costante come lo intendiamo oggi.
La cosa che mi ha sempre colpito è il cambio di paradigma che è avvenuto nella scuola francese a inizio Novecento. Taffanel e Gaubert, nel loro metodo, raccomandano di evitare “assolutamente il vibrato o chevrotement del suono” e lo definiscono “un artificio da lasciare agli strumentisti mediocri e ai musicisti inferiori”. In particolare in Bach, raccomandavano un suono puro, dritto, nobile. Marcel Moyse, che pure difenderà poi il vibrato come parte legittima del suono moderno (pur mettendo in guardia dal suo uso come ‘coprimiserie’) raccontava che nel 1905 il vibrato ‘era peggio del colera’: se un giovane flautista osava vibrare, veniva liquidato con un giudizio secco: “Suona bene? No, vibra”. Fine della discussione.
Eppure, nello spazio di trent’anni, il vibrato è passato dall’essere un “crimine contro il buon gusto” a una caratteristica intoccabile del suono. Oggi, se senti un flautista che non vibra, ti sembra che manchi qualcosa. Il paradosso è che il suono fermo, che per Taffanel era il suono “normale”, oggi è diventato lui l’effetto speciale, usato per creare tensione o sospensione. È un capovolgimento completo.
Aggiungo un dettaglio che mi fa sempre sorridere. Syrinx di Debussy, che oggi consideriamo il banco di prova del colore e del fraseggio del flautista, fu scritta nel 1913 per Louis Fleury, allievo diretto di Taffanel — lo stesso Taffanel che nel suo metodo raccomandava di evitare il vibrato, soprattutto in Bach.. Fleury era un uomo della scuola del suono dritto. È quasi certo che la prima esecuzione di Syrinx che Debussy ascoltò e approvò fosse suonata con un vibrato pochissimo presente, ornamentale, non con quel tappeto continuo di oscillazioni che usiamo oggi. Se Debussy potesse risentirla oggi, probabilmente stenterebbe a riconoscerla.

Detto questo, sul piano tecnico c’è una cosa che mi sembra utile condividere e che spiega perché il vibrato dia tante soddisfazioni ma anche tanti grattacapi. Esiste una ricerca acustica pubblicata sul Journal of the Acoustical Society of America che ha misurato cosa succede fisicamente quando vibriamo: il vibrato del flauto è principalmente una modulazione di ampiezza degli armonici superiori del suono, con variazione minima del fondamentale. La frequenza tipica è intorno ai 5 Hz (cioè 5 pulsazioni al secondo), associata a una variazione del 10% circa nella pressione del soffio. Tradotto in parole semplici: quando vibri non stai principalmente oscillando l’intonazione, come farebbe un violinista che muove il dito sulla corda. Stai modulando il volume e, con esso, il colore del suono (perché gli armonici superiori si accendono e si spengono al ritmo del vibrato). L’intonazione si muove, certo, ma è un effetto secondario, non la causa principale.
Questo spiega perché @Giorgia94 notava che il vibrato cambia col registro: nei passaggi acuti, dove la pressione interna è già alta, basta una micro-variazione del soffio per muovere gli armonici, e il vibrato tende ad accelerare da solo. Nei gravi, dove la massa d’aria è maggiore, serve più “spinta” e il vibrato risulta naturalmente più lento e ampio. È fisica, non solo gusto.
E spiega anche il consiglio che @Fox riportava dal video di Bouriakov — studiare prima senza vibrato e aggiungerlo dopo — che è esattamente lo stesso principio che Moyse descrive nella parte finale del De la sonorité. È interessante come certe idee pedagogiche attraversino i decenni: suonare “come un clarinettista” per trovare il fraseggio, e solo dopo colorare con il vibrato, era già la pratica raccomandata negli anni '30.
 
Leggendo il post di Nicola sul suo Altus, mi è venuta in mente una cosa che mi piace condividere, perché tocca un punto che a livello di flautisti discutiamo sempre ma che a livello di fisici è piuttosto chiaro.
Nicola descrive il .997 come “più pesante, similmente all’oro, oppone maggior resistenza, suono più scuro e vasta gamma di colori”. Non metto in dubbio la sua esperienza, quando uno prova uno strumento e lo preferisce, è così. Ma mi chiedo quanto di quella differenza che percepiamo sia davvero nella lega e quanto sia invece nella costruzione che il costruttore applica a quella lega. Perché i numeri, a guardarli, dicono una cosa un po’ sorprendente.
Prendiamo le densità. Argento sterling 925: circa 10,36 g/cm³. Argento quasi puro 997: circa 10,48 g/cm³. La differenza è attorno all’1,2%. Per dare un termine di paragone, l’oro 14K sta sui 13-14 g/cm³ e l’oro 18K sui 15-16: lì il salto di massa è del 30-50%, e si sente (anche come bilanciamento in mano). Tra due argenti a diversa purezza, la differenza di densità è minuscola, e ci vuole molta fiducia per attribuirle un suono “più scuro e più colorato”. Più onesto, secondo me, dire che quello che percepiamo è la combinazione di spessore della parete, rifinitura interna, geometria dei fori e taglio della testata, tutte cose che Altus (come ogni costruttore serio) calibra diversamente a seconda della lega che sta lavorando.
E qui viene il bello, perché c’è un esperimento che a me piace sempre ricordare in queste discussioni. Nel 1971 un fisico che era anche flautista, John W. Coltman, pubblicò sul Journal of the Acoustical Society of America uno studio in cui aveva costruito tre corpi di flauto identici per geometria interna ma di materiale diverso, argento, rame e legno, e li aveva fatti suonare alla cieca a flautisti esperti. Risultato: nessuno è riuscito a distinguere i materiali dal suono con un tasso di successo superiore al puro caso. La conclusione di Coltman era che, a parità di geometria, è la forma del tubo e il taglio della testata a determinare il suono, non il materiale. Se nemmeno argento contro rame contro legno produceva differenze statisticamente rilevabili, figuriamoci due leghe d’argento che differiscono per l’1% di densità.
La cosa buffa è che a livello storico il vero salto c’è stato, ma non dove lo cercheremmo oggi. Quando Theobald Boehm introdusse il flauto d’argento, non usava il 925 sterling: nel suo trattato scrive esplicitamente che i suoi flauti erano in lega 9/10, cioè argento 900 (il cosiddetto coin silver). Lo sterling 925 è diventato lo standard dopo, ed è lì che c’è stato il salto vero: da leghe bianche a base nickel (che non contengono argento, sono ottone bianco) e da argenti bassi tipo 800, fino al 925 sterling. Quello è un passaggio che cambia davvero la densità, la rigidità, la lavorabilità e probabilmente il suono. Ma da 925 a 946, e da 946 a 997, stiamo parlando di incrementi di argento puro del 2% e del 5%: nella stessa fascia di differenze che Coltman non è riuscito a rilevare.
Mi viene da chiedere una cosa a Nicola, per curiosità: quando ha provato l’Altus .997 e lo ha paragonato al .946, i due flauti avevano lo stesso spessore di parete e la stessa testata? Perché se Altus lavora il .997 con una parete più spessa (cosa che fa, tra l’altro, perché l’argento quasi puro è più morbido e va rinforzato), allora la differenza che si sente — il suono più scuro, la maggiore “resistenza” — è quasi certamente della parete più spessa, non della lega più pura. Ed è una differenza vera, reale, percepibile: ma è di costruzione, non di chimica.
Non voglio togliere a nessuno il piacere di preferire un 997 a un 925. Solo dico che, se dovessimo spiegare perché suonano diverso, la chimica dell’argento è l’ultima voce della lista. La fisica, la storia e un esperimento in doppio cieco del 1971 sono piuttosto d’accordo su questo.
PER TUTTI: ottime considerazioni, però per favore cerchiamo di restare in tema, altrimenti tocca spostare parte dei post in un altro thread nella sezione apposita.
In questa discussione di parla di suono e vibrato, non di costruzione, leghe e geometrie.